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23 ottobre 2020
In Universale Economica
Fenomeni e fonemi: il blog di Tommaso Giartosio
Pian Due Torri 17 giugno 2005


Starò via per qualche giorno.
Vi lascio con un mio testo apparso di recente nella cronaca di Roma di "La Repubblica", che ospita una rubrica chiamata "Fuori le mura". Si chiede a uno scrittore di raccontare un quartiere periferico della capitale.


E' un esercizio molto interessante e utile, questo della descrizione-reportage. Soprattutto nella tua città, o nella città che credi "tua". Soprattutto in certe parti di essa. Ne sono usciti almeno 150 di questi pezzi, e spero che presto o tardi se ne ricavi un libro: sarebbe uno splendido atlante della Roma meno conosciuta, più sorprendente.


Io ho scelto un quartiere relativamente centrale ma sconosciuto ai più: Pian Due Torri. E più tardi, dopo la pubblicazione dell'articolo, ho scoperto che quell'area era stata al centro di uno scandalo, all'epoca della sua urbanizzazione, a causa di certi allagamenti, regolari, rovinosi, nei garage, nelle cantine... Leggete e capirete perché.


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A Pian Due Torri ci sono arrivato dai Colli Portuensi, dove ci si può rigirare come lombrichi per tutta l’eternità senza cavarsene fuori. Un ragazzo magro a cui chiedevo la via d’uscita da quel labirinto mi ha detto: “Prendi questa sinusoide qui a sinistra.” Poi mi ha confessato che a volte ha paura che gli cambino il senso di marcia di una strada proprio mentre ci sta passando. Era un bravo ragazzo, con un senso morale molto sviluppato: mi ha spiegato diversi percorsi alternativi, a seconda del numero di infrazioni che la mia coscienza era in grado di tollerare, anche se poi il risultato concreto è stato che li ho dimenticati tutti. Mentre scendevo mi ha salutato con l’espressione di chi sa che non ti rivedrà più.


Dato che Pian Due Torri riempie l’ansa del Tevere tra piazza Meucci e l’imbocco dell’autostrada per Fiumicino, molti lo pensano come “Magliana Nuova”, né più né meno della zona del Forte Portuense: eppure quando ho finalmente oltrepassato i binari e le due Vie della Magliana ero in un altro mondo. Un mondo pianeggiante, un pianeta di palazzi di otto−dieci piani, spesso accoppiati e con un’imbottitura di alberi sorprendentemente alti e belli. Lo spiazzale tra via Fauglia e via Lari è riempito da un mercato all’aperto, e sul ferro del cancello c’è una scritta: MI ILLUMINO DI IMMENSO. Forse il verso di Ungaretti è citato (male) solamente come motto neofascista (a volte succede): ma di certo la dice lunga su questo quartiere. Una poesia sulla luce scritta in trincea. E’ proprio vero, qui la luce è diversa, intensa e pesante. La noti subito. E’ per via dei palazzi messi uno a petto dell’altro? E’ la predominanza del cemento anche nei portici, nei giardini, nella chiesa? Ma no, ho visto ben altro in giro per Roma, non è questo o comunque non è proprio questo. Forse allora a creare questo spazio denso, da acquario, sono le auto tutte innescate a spina di pesce, che ti strizzano liberando solo stretti canali di deflusso? Fuochino. In effetti Pian Due Torri è uno di quei quartieri in cui tutti circolano un poco più lentamente del necessario − ogni spostamento sa un po’ di struscio. Ecco, c’è qualcosa del paese. Un bar di viale Vicopisano ospita il classico bivacco di amici che si prendono per il culo a vicenda, ma non sono né ragazzi né anziani, come accade invece nei quartieri di maggiore circolazione: qui sono uomini adulti. La piazza centrale ora è dedicata a Fabrizio De André e ci sono dei murales con canzoni come “Il testamento di Tito”, versi che lanciano echi e portano lontano. Ma mentre leggo arriva un bambino di corsa, tocca alla cieca la parola “battone”, grida: “Tana!”.


Insomma, dall’aria alle strade alla gente, tanti piccoli segni di vicinanza, contiguità, contatto. Il motivo l’ho capito solo alla fine, esplorando le vie parallele che vanno verso il Tevere. Non ci arrivano mai: in culo alla via ci si trova davanti ogni volta una scarpata, una collina da scalare. Allora ho capito. Pian Due Torri è un quartiere sotto il livello del fiume. Interrato, affondato nella terra. Per questo l’atmosfera qui ha un suo peso più percepibile che altrove, e cose e persone sono inevitabilmente spinte le une verso le altre. E’ un posto in cui capisci che la gravità − anche la gravità di una situazione − è una forza.


Ora non voglio mettermi fare dell’ottimismo obbligato. Ci sono parti di Pian Due Torri che fanno impressione. Passando per via Greve ho letto una scritta, NON SOSTARE − SCUOLA ABITATA, che lì per lì mi ha fatto sorridere (se penso “abitato” penso “vivo”, e questa è una bella cosa). Poi ho visto tra gli alberi l’edificio grigiastro e l’uomo che calava con una fune un sacco di plastica nera, di quelli della spazzatura, dal secondo piano. Con uno sguardo mi ha respinto. Poco più avanti ho trovato largo Collodi, una di quelle piazzette senza nulla attorno o dentro ma con le auto ferme in cui vedi che c’è chiuso qualcuno, anche se sembra una bella giornata di sole, e tu subito ti volti e te ne vai. Ora, queste sono cose che prendono alla gola. Però in altre zone della città ho visto le stesse ombre di catastrofe in spazi assurdi, astratti − iperparcheggi e megaprogetti. Qui almeno c’erano delle coordinate di senso, perlomeno una scuola che un tempo era stata una scuola, perlomeno una piazzetta che potrebbe diventare una piazzetta. E tornavo verso le zone più frequentate dicendomi: ci sono molti segni di disagio, non dev’essere facile vivere qui − ma non sembra neanche uno di quei luoghi fasulli, senza una loro ragion d’essere. La ragion d’essere, la definizione, è l’argine. Pian Due Torri ne è il contenuto.


In cima al terrapieno ci sono due sorprese. La prima è che sul crinale corre la pista ciclabile. A vederla non le daresti un euro: è solo un nastro di cemento rosso con la striscia bianca nel mezzo. Verso destra fa una curva e scompare, verso sinistra fa una curva e scompare. Però lì sopra ci salgono in tanti, ragazzi e ragazze, coppiette, anziani con cane o senza, jogger (biciclette poche, e in effetti non si sa come farebbero a passare). Partono dai loro bilocali di via dell’Impruneta, via Radicondoli, via Città di Prato (qui le vie hanno quasi tutte nomi di splendidi borghi toscani, che sanno di beffa assegnati a un quartiere di palazzoni anni cinquanta). Tirano dritti vero il fiume fino a arrampicarsi lì sopra, per guardarsi attorno, per mettere in prospettiva il posto da cui vengono e anche per rimetterlo al suo posto. Allora la pista ciclabile gli serve (e tante scuse ai ciclisti): è uno spaghetto lungo più di trenta chilometri, tra pista vera e propria e “percorso ciclabile”; passa per tutta la città, fa pensare a tanti altri posti visti e non visti, alla vastità del mondo. Insomma, fa le veci del fiume.


Già, perché − seconda sorpresa − dall’argine il fiume non lo si vede mica. Si vede altro. Anche per questo, credo, ragazzi molto leggeri e signori molto seri salgono disciplinatamente su quello spalto, a fine giornata, a respirare. Il filo della pista e il fantasma del fiume gli promettono l’infinito possibile; il paesaggio che hanno sotto gli occhi (e che gli sbarra l’accesso all’acqua) gli ricorda la verità.


Tra loro e l’idea del Tevere, il suono (più immaginato che sentito) del Tevere, il forte profumo marcio del Tevere, c’è una grande falce verde. E non somiglia affatto a quell’ordinata piantina che troverete sul Tuttocittà, con una “Riva Pian Due Torri” ben disegnata in giallino sul grigiolino. No, è un territorio bastardo, di sterrate che si incrociano e intrecciano o invece finiscono di botto. Incontri qua e là i capannoni dei meccanici e i cortili dei ferramenta, con un cane nascosto che urla, come subito accanto urlano le squadre di ragazzini dietro le reti degli impianti sportivi. Ma soprattutto vedi casette: tante bicocche da prima borgata, piuttosto curate ma con l’architrave incurvato come il dorso di un bastardo. I tetti di coppi avranno cinquanta, cento anni. Una è più alta, certamente più antica. A una finestra c’è luce dietro il telo di plastica. Forse è una delle “due torri”.


La guardi e all’improvviso capisci che il vero Pian Due Torri non è l’invaso di condomini del dopoguerra. Quello è solo un’estensione, un addomesticamento, un involgarimento del primo pianoro munito di torri: questo. Questa lingua di terra alluvionale dove trionfa l’abusivismo, dove i clandestini cercano un buco per dormire e gli orti furiosamente curati si affiancano ai cumuli di immondizia. Al fiume, comunque, non ci arrivi. Sei costretto a girare a vuoto tra canneti alti otto metri, gomitoli di ficodindia, improvvise fioriture fiammanti, in questo luogo che non riesci mai a vedere per intero. Tutti gli spazi sono recintati oppure abbandonati. Ho incontrato un uomo vecchio e energico che mi ha raccontato di una sorta di polizia fluviale privata, unica forza dell’ordine attiva lungo queste ripe qualche decennio fa, e di cadaveri restituiti dal fiume qui, sempre qui, come sul bancone dei reclami. Se di sera vedi una macchia bianca sotto un albero, sono cinque oche addormentate; se le macchie sono nere e stanno tra i rami, sono certi enormi gallinacci di qui. Le donne incontrandoti ti salutano con la mano in aria. Gli uomini si alzano presto per sparare agli aironi.
 
I vostri commenti
Il commento di Tommaso Giartosio 25 giugno 2005


Ehi, grazie per tutte queste feste! Intanto ho saputo che lunedì 27 giugno sarà in vendita con "Repubblica" - spero non solo nelle edicole romane - la raccolta dei primi cento pezzi di "Fuori le mura" (tra cui uno o due miei). Il libretto si intitola, appunto, "Fuori le mura", e ve lo raccomando caldamente. (A proposito: fa proprio un gran caldo, ora...)


 
Il commento di finO 20 giugno 2005


Tommaso, io ti amo, anche se faccio fatica a leggerti. Ho finito Non possiamo in tre mesi, e solo la scorsa settimana il saggio su Mishima che qualcuno ha postato da un po' nella lista di Cultura gay (stupendo, esigente e insoddisfatto). Forse perché mi incaponisco su ogni sfumatura, non so. Anche questo articolo. Sembra un pezzo su un quartiere e cerca di stringere insieme tutto quello che sai, quello che sei. Come una coazione alla generosità, a non scantonare su nulla. Mi fai pensare a Saussure e a tutti quei pensatori che hanno preso a testate il limite sul quale urtavano, non pensandoci nemmeno a percorrere invece la strada che avevano spianata davanti e che magari avevano progettato pure. Un abbraccio.


 
Il commento di Patrizia 19 giugno 2005


E' un pezzo molto bello, non è che puoi continuare a girare per Roma e scrivere degli altri brani? L'idea del libro scritto da diverse persone è veramente interessante, immagino che quando si realizzerà ci comunicherai gli estremi.


 
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