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10 aprile 2020
In Universale Economica
Amartya Sen: «Pensare un Occidente tollerante contro i musulmani intolleranti è sbagliato e pericoloso»
di Mario Baudino, tratta da "La Stampa", 30 gennaio 2003
«Ritengo che il mondo sia particolarmente fortunato, oggi, ad avere persone come Kofi Annan e James Wolfenshon», dice Amartya Sen, il filosofo ed economista indiano che sui temi della povertà, dello sviluppo, della globalizzazione e dell'eguaglianza è uno dei maître-à-penser più ascoltati. Premio Nobel nel '98 per l'economia, premio Agnelli nel 1990, è in questi giorni a Venezia, dove la scuola per librai Umberto ed Elisabetta Mauri celebra il suo ventesimo corso con un incontro dal titolo «Dentro l'irrealtà quotidiana», cui partecipano, oltre a Sen, Angelo Tantazzi, Herbert Lottman, Remo Bodei, Salvatore Veca, Guido Rampoldi, Joseph Ramoneda, Fleur Jaeggy, Umberto Eco. E in quel grande bozzolo orientaleggiante e setoso che è la hall dell'Hotel Danieli, il rettore del Trinity College di Cambridge non solo si lascia bersagliare di domande ma improvvisa con i giornalisti un vero e proprio seminario, rilassato e sorridente. Mette insieme due nomi che non necessariamente l'opinione pubblica tende ad associare: da un lato il segretario delle Nazioni Unite, dall'altro il presidente della Banca Mondiale, bestia nera dei no global assieme al Wto e al Fondo monetario internazionale. Non lo fa per scandalizzare, ma per distinguere. Per esercitare, come spiega, la razionalità contro le forzature identitarie.

In che senso, professore?
Nel senso che ognuno di noi ha molte identità, che lo possono collegare a gruppi molto diversi tra loro. Bisogna decidere quali sono importanti e significative. Perché quando qualcuno cerca di importi una identità, esercita una violenza cui bisogna resistere. Un tipico esempio è il contesto del terrorismo e del fondamentalismo.

Quello che porta a vedere nell'Islam un nemico dell'Occidente?
Quello in cui c'è il tentativo di descrivere unilateralmente una persona come arabo e musulmano. È una delle sue identità, ma può averne molte altre. D'altra parte anche il fondamentalismo gli chiede di essere solo quella cosa lì, negando la sua storia e la sua complessità. Invece ci sono musulmani di ogni tipo. L'idea di chiuderli in una sola identità è sbagliata.

Lei non crede quindi alla "scontro di civiltà"
Assolutamente no. E contesto la nota categorizzazione di Samuel Hungtington di un Occidente tollerante contro un Islam intollerante. Pensare in questi termini è molto limitativo. Persone appartenenti alla stessa religione possono avere idee molto diverse. Nella storia indiana ci sono due sovrani Moghul, entrambi musulmani, uno dei quali, proprio negli ultimi anni del XV secolo, non solo stimola il confronto tra Induismo e Islam, ma vieta le conversioni forzate. Lo fa nel 1600, l'anno in cui a Roma viene bruciato Giordano Bruno. L'altro, cent'anni dopo, forza i non musulmani a convertirsi imponendo pesanti tasse, e distruggendo qualche tempio.

Se non fanno parte di uno "scontro di civiltà", in che termini devono essere affrontati allora i conflitti di oggi, nel mondo?
Ce ne sono alcuni dove l'imposizione di un'identità che soffoca tutte le altre è fortissima: pensi all'ex Jugoslavia, o al Ruanda dei tutsi e degli hutu. In altri il problema è più complesso. Nel confronto con l'Iraq c'è sicuramente anche un problema di identità, ma non basta. Sarebbe un errore tradurlo in un conflitto di identità come gli altri, o vedere solo gli eventuali interessi petroliferi degli Usa, dimenticando l'11 settembre. Le relazioni internazionali non possono essere ridotte a un solo aspetto.

Professore, lei crede a un governo della globalizzazione?
Lo scambio tra culture diverse non può assolutamente essere visto come una minaccia, quando è amichevole. Ma ritengo che l'insoddisfazione per le architetture globali dipenda spesso anche dalla qualità delle leadership. La Banca Mondiale è cambiata da quando fu istituita, nel '44. Ora è molto più interessata ai paesi in via di sviluppo. Io non ho mai lavorato con loro, ma potrei fare un viaggio in Brasile proprio con Wolfensohn, che me lo ha chiesto.

E incontrerà il nuovo presidente, Lula. Che giudizio ne dà?
Non lo conosco bene come invece conoscevo Cardoso, il suo predecessore. Però mi ha molto impressionato. Ha destato grandi speranze, ha idee costruttive che potrebbero essere utili non solo al suo paese, ma ad altri, in Sud America e altrove. E ci metterei anche l'India.
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