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Risultati: in rosso i libri; in nero gli autori
5 dicembre 2021
In Universale Economica
Pino Cacucci: intervista su Oltretorrente
a cura della redazione di www.feltrinelli.it
Un libro sulla rivolta di Parma del 1922… come mai?
Ho sempre conservato nella memoria l'epopea di Parma, dell’insurrezione del ‘22. In realtà, la mia generazione, quella che nel 1977 viveva nelle strade e nelle piazze, ha mantenuto, anche se in maniera superficiale e sporadica, il ricordo di ciò che era accaduto, tant’è vero che il quotidiano "Lotta Continua", pochi forse lo sanno, aveva come testata un’elaborazione grafica tratta da una foto di una barricata di quella rivolta. Sempre negli anni settanta, qualcuno compose una canzone, Siam del popolo gli arditi, che molti hanno pensato fosse realmente del ‘22. Ma quella storia, prima e poi è stata rimossa, dimenticata. Fu dimenticata quasi subito per ovvie ragioni… perché tutto questo accadde nell’agosto del ‘22 e già nell’ottobre il fascismo prendeva il potere e iniziò la riscrittura della storia, e ciò che era accaduto a Parma venne semplicemente cancellato. Anche da sinistra quel ricordo sembrava un po’ scomodo, perché si trattava di una vicenda complessa. L’arditismo fu poi risucchiato dal fascismo ma ci si dimenticò che molti degli "arditi del popolo" non solo non si schierarono col fascismo ma diventarono addirittura antifascisti, e proprio contro i fascisti abbracciarono le armi.

Perché per te è così importante ricordare quei giorni?
Perché fu un evento che vide la metà della popolazione di Parma - ovviamente la Parma popolare, quella di Oltretorrente, gli artigiani, i contadini senza terra – schierarsi contro il fascismo: lo intepretavano come qualcosa che andava bloccato sul nascere. Purtroppo, molti negli apparati dei partiti di sinistra, socialisti e comunisti, non capirono l’importanza di questo tentativo e d’altra parte, padronato, agrari e Savoia avevano già deciso da che parte stare. Gli "arditi del popolo" si trovarono soli contro tutti, anche se al loro interno c’erano non solo comunisti e anarchici, ma anche cattolici, iscritti al Partito popolare, che non esitarono e prendere un fucile da caccia e mettersi dietro le barricate. Parma resta un simbolo dei barricadieri di tutti i tempi, di coloro che, per sensibilità, per dignità, di fronte alla possibilità di perdere tutto, compresa la vita stessa, non chinano la testa e agiscono di conseguenza.

Quindi Parma come un simbolo di libertà…
Cose del genere non accaddero solo a Parma, ma Parma fu il momento più alto e più estremo, e il fatto di non aver ceduto rimase nell’orgoglio di queste persone, e infatti a Parma il fascismo non passò. Un Italo Balbo tronfio e pieno di sé, il condottiero, il famigerato "Ras di Ferrara", dovette andarsene con la coda fra le gambe, inseguito dagli arditi in bicicletta mentre lui fuggiva sull’auto con la scorta.

Quali sono i personaggi della storia?
Mentre ricostruivo queste vicende sono uscite delle figure straordinarie, come Guido Picelli, che a Parma nessuno ha dimenticato, però anche tanti altri che col passare degli anni erano diventati meno noti, ma altrettanto interessanti e avvincenti, come Antonio Cieri, "il comandante anarchico del Naviglio" perché il Naviglio, un altro quartiere a fianco dell’Oltretorrente, era molto più difficile da tenere contro gli assalti degli oltre 10.000 fascisti armati al comando prima di Farinacci e poi di Italo Balbo. Molti degli "arditi del popolo", e gli stessi Antonio Cieri e Picelli, avrebbero subìto persecuzioni - anche se per esempio Picelli era un deputato socialista – o dovettero riparare all’estero o furono mandati al confino. Alla fine si ritrovarono tutti nella Guerra di Spagna e Cieri e Picelli caddero entrambi, combattendo sul fronte antifranchista.

Nel libro è importante anche il ruolo delle donne…
Sì, perché le donne sono un aspetto singolare di questa storia. Erano tantissime e ricoprivano ruoli di rilievo: dalle barricadiere a quelle che mantenevano i contatti con i vari settori, nascondendosi i messaggi fra i capelli per non farseli trovare in caso di perquisizione, e c’erano addirittura anche delle suore. Ma mentre sono rimasti nella storia tanti nomi di uomini, di nessuna donna è rimasto il nome. Forse allora la Storia, oltre che scriverla i vincitori, viene ricordata solo nel nome degli uomini. Le donne erano presenti come donne, ma dimenticate come identità e dato che nelle cronache dell’epoca i nomi delle donne erano del tutto assenti io, nel libro, ho dovuto creare un personaggio, Maria, simbolo del nome di donna, che le accomuna un po’ tutte.

In ogni caso nessun rimorso sulla Banda Bonnot, Ribelli! su alcuni "antieroi" della storia recente e oggi Oltretorrente… La memoria e uomini e donne in un qualche modo fuori dagli schemi… Quale tipo di immaginario stai costruendo con i tuoi libri?
Sono molto attratto da un certo tipo di memoria che si è persa, o che è stata volutamente travisata, o in possesso di pochi. In questi libri ho cercato di rievocare la vicende umane più che le gesta politiche, ho parlato di ribelli che sono stati emblematici della loro epoca… sempre tentando di raccontare che ci sono infiniti modi di ribellarsi, di essere Davide contro Golia, pur sapendo che nella storia contemporanea è quasi sempre Golia a vincere, però questo non toglie che ci sono innumerevoli, oscuri e dimenticati Davide pronti a chinarsi e raccogliere un sasso e lanciarlo. Tutto questo ci aiuta a interpretare anche il presente, anche se non voglio legare sempre la figura del ribelle a un Che Guevara, in grande o in piccolo che sia, che combatte armi alla mano, perché sappiamo bene che è più difficile lottare senza fare un gesto estremo, ma lottare da "formichina", costruendo coscienza, allargando e trasmettendo la propria sensibilità agli altri, cercando di trasmettere valori. Quindi ho fatto dei grandi salti tra un’epoca e un’altra, tra una situazione e un’altra, e ho narrato i partigiani "eretici", come Corbari, ma sono finito a parlare anche di Jim Morrrison e questa cosa ha forse fatto storcere il naso a più d’uno della mia generazione. Cosa c’entra Jim Morrison con i partigiani, Pancho Villa e Tupac Amaru? Con Morrison volevo significare che negli Stati Uniti di quell’epoca, una rock star che poteva tranquillamente godersi le migliaia di dollari che incassava dalla vendita dei suoi dischi, si ribellò. E, forse, ribellarsi in quella situazione era più difficile. In piena guerra del Vietnam Jim saliva sul palco davanti a migliaia di ragazzi e diceva loro: "Non fatevi mettere addosso una divisa; non fatevi riempire la testa di dio, patria, famiglia!". Credo che questo sia un esempio fortissimo di ribellione, anche considerando la terribile e autodistruttiva fine, la fuga estrema, di Jim Morrison, come del resto di Jimi Hendrix e Janis Joplin.

E a questi stimoli, come reagisce il tuo pubblico giovane? In maniera analoga a come facevano quelli della tua generazione, quando da giovani sentivano parlare dei partigiani?
Con tutti i distinguo possibili, credo di sì. Noi cercavamo di togliere di dosso la polvere alla figura dei partigiani, di levare quella sorta di imbalsamatura che le era stata appiccicata sopra dai partiti e dalla "ragion di stato". Non è un caso che della lotta partigiana mi interessi narrare di più le figure eretiche … Oggi vedo una maggiore curiosità tra i più giovani, quelli che hanno 18-20 anni e non tanto i trentenni, che vogliono conoscere la ribellione di loro coetanei, ragazzi di 18-20 anni, come quelli della rivolta di Parma del ‘22. C’è secondo me una voglia di sapere al di fuori della storia imbalsamata, quella che ci viene tramandata con la retorica, quella di cui certi giovani hanno sentito il bisogno di disfarsi. C’è questa voglia "sana" di cercare le storie degli esseri umani, dei ribelli singoli o organizzati collettivamente. Non è più solo una maglietta con un’effigie, ciò che si vuole avere oggi è, per fortuna, la conoscenza, le mille peripezie umanissime che queste persone hanno passato nella loro esistenza travagliata.
copertina

Oltretorrente
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  La scheda autore di Pino Cacucci
 Foto dell'autore
  Pino Cacucci al Salone del Libro di Torino 2012
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