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15 gennaio 2021
In Universale Economica
Iran, il corpo della rivolta. Intervista a Bijan Zarmandili, autore di La grande casa di Monirrieh
di Guido Caldiron, tratta da “Liberazione”, 7 ottobre 2004
Un'idea di libertà che corre lungo la storia dell'Iran moderno, attraverso il corpo ferito di una giovane donna che ha cercato di lavare con la morte lo scandalo che la perdita della sua verginità ha provocato intorno a lei. Al centro del romanzo che il giornalista iraniano Bijan Zarmandili, che è nato a Teheran ma vive a Roma fin dal 1960 dove si occupa del Medio Oriente per il gruppo Espresso, c'è la memoria dolente, ma portata con grande coraggio, di una donna e dei suoi affetti. Ma c'è anche una delle chiavi possibili per accedere a quel mondo musulmano che rappresenta per molti aspetti, almeno in Occidente, il grande "altro" della nostra epoca. Un colloquio con Zarmandili supera perciò necessariamente i confini, sempre che ne abbia, della letteratura.

Al centro di La grande casa di Monirrieh c'è la difficile biografia di una donna, perché ha scelto di raccontare proprio attraverso le sue vicende la storia dell'Iran moderno?
La storia di Zahra si svolge in realtà su due piani. Da un lato ci sono le vicende della sua vita, scandalose, drammatiche, a volte perfino tragiche. Questo elemento entra e esce poi dall'altro piano che caratterizza il romanzo, quello rappresentato dal portato più complessivo, culturale e religioso dell'Iran contemporaneo. La figura di Zahra mi ha permesso di descrivere un profilo femminile di un mondo del quale in Europa arrivano spesso solo gli aspetti superficiali o generici. Spesso si ha un'immagine deformata di ciò che accade in questa parte del pianeta. Zahra, attraverso la vicenda di cui è protagonista e che suscita scandalo, riesce invece a umanizzare, a rendere gli aspetti più intimi di una cultura a noi sempre più vicina, se non altro a causa degli avvenimenti drammatici che vi hanno luogo, dalla guerra in Iraq al conflitto in Medio Oriente fino all'emergere del terrorismo fondamentalista. Inoltre credo che dal romanzo si ricavi un'immagine carnale dell'Iran, quella di un paese che non vive solo di politica o religione, ma che è attraversato da passioni, scandali, tradimenti, crisi matrimoniali e abbandono dei figli e soprattutto dalla crescente ribellione delle donne che, anche nel romanzo, mettono così in luce le parti più nascoste di questa società.

Lei parla della storia iraniana, ma sembra farlo a partire dal corpo di Zahra, la protagonista del suo romanzo, quasi che per il suo corpo sfigurato, e coperto per quarant'anni dallo chador, passi una possibile via verso la liberazione delle donne iraniane. È così?
Nel mio romanzo, la protagonista si chiude giovanissima, a trent'anni, alla vita e saranno solo gli altri a scavare, oltre lo chador, nella sua esistenza. Il corpo martoriato di questa donna ha subito non solo le frustrazioni morali, ma porta su di sé anche i segni del tempo e delle tragedie che ha vissuto. E' molto difficile paragonare tutto questo alla situazione concreta di un paese, piuttosto il corpo di Zahra può essere considerato come una sorta di metafora della condizione femminile nel mondo islamico. Credo che nel mondo cristiano la condizione della donna derivi in qualche modo dalla figura di Maria - è considerata "la madre" - mentre nell'Islam è piuttosto alla figura della "figlia" che si fa riferimento: non a caso Zhara è anche il nome della figlia del profeta Maometto. Si pensa cioè a una figura da proteggere, ma anche da sottoporre a regole e leggi nette. Forse è proprio questo aspetto della questione che andrebbe rovesciato, e Zahra cerca di farlo a nome suo: non accetta di essere una figlia, non accetta nessuna delle imposizioni che le arrivano dall'esterno, non accetta la protezione della famiglia del marito e del marito stesso, non si sottopone alle regole della società. Di Zahra possiamo parlare come di una "rivoluzionaria istintiva", non come di una rivoluzionaria per ideologia o politica. Lei non ha e non cerca una consapevolezza politica, ma è istintivamente una ribelle. In questo senso credo si possa dire che le figure più dinamiche e innovative del mondo femminile musulmano vadano cercate nei comportamenti istinti, di fondo, più che in quelli politici.

Una ribellione che, a tratti, emerge anche pubblicamente. Il dieci ottobre dello scorso anno fu assegnato il Premio Nobel per la pace all'avvocatessa di Teheran Shirin Ebadi, un segnale di come la società iraniana stia crescendo più rapidamente di quanto il regime degli ayatollah vorrebbe. Il movimento per la democrazia e le riforme sembra però attraversare una grave crisi, qual'è la situazione ora?
Shirin Ebadi è divenuta l'emblema di una parte della società iraniana che avevamo sottovalutato. In molti non si erano accorti che all'interno della Repubblica Islamica, e malgrado il regime teocratico di Teheran, esiste una società che, sebbene con molta cautela e con una ovvia generalizzazione, possiamo definire "laica". Si tratta, in modo più complessivo, della presenza, della vivacità e dell'evoluzione della società civile iraniana. In Iran ci sono sempre state delle figure che hanno svolto un ruolo molto importante, dando voce alla società civile, e Shirin Ebadi ha svolto negli ultimi anni questo ruolo. A un anno di distanza dobbiamo però ammettere che l'attribuzione del Nobel a Shirin Ebadi non ha prodotto delle novità sostanziali nella società iraniana. Negli ultimi mesi la parte riformista del paese ha invece subito delle gravi sconfitte, molti esponenti di primo piano del movimento per le riforme, guidato dal presidente Khatami, stanno addirittura lasciando la politica. La strada di una riforma dall'interno, di un processo dialettico che muovesse dalla stessa società iraniana verso un approdo di maggiore democraticità, sembra essere fallita, almeno per il momento. Ciò detto, credo che un processo innovativo all'interno delle società islamiche si stia in ogni caso sviluppando. Una nuova cultura che non descriverei né come moderata né come laica, né paragonabile direttamente a quanto già avvenuto nelle società occidentali, sta crescendo non solo in Iran in particolare in contrapposizione alla diffusione dell'integralismo islamico. E in questa nuova cultura in formazione le donne hanno assunto un ruolo centrale, forse perché sono i soggetti che in queste società subiscono la repressione più forte.

Nel suo romanzo torna a più riprese il tema del rapporto con l'Occidente - la stessa Zahra fa i conti, giovanissima e imbarazzata, con gli abiti occidentali, la permanente, il rossetto -, ma nella realtà per quali strade avviene l'incontro dell'Iran di oggi con la modernità e la cultura occidentale?
Spesso si crede che in Iran non arrivino le notizie, le fonti della cultura, del costume o della vita occidentale. Ma il problema, specie negli ultimi anni e con l'introduzione dei nuovi mezzi di comunicazione, non è più questo. Anche nei momenti di maggiore chiusura da parte del regime, quando viene vietato l'uso dei satellitari o di internet o viene bloccata l'importazione dei film stranieri, questo contatto non si interrompe mai del tutto. I libri, la musica, la moda o l'architettura occidentali sono presenti. Ma il problema non è quello di non avere informazioni o contatti, o di non subire il fascino o l'interesse della cultura dell'Occidente, quanto piuttosto la ricerca che specie i più giovani fanno per far convivere questi stimoli con la tradizione e la cultura locali. In questo senso emerge la consapevolezza che non si può concepire meccanicamente la modernità come la sola modernità di tipo occidentale. La società iraniana mi sembra oggi particolarmente consapevole della necessità di un processo verso la modernità che non cancelli le radici e la storia del paese.
copertina

La grande casa di Monirrieh
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  La scheda autore di Bijan Zarmandili
  Bijan Zarmandili sull'Iran
  Elezioni in Iran. Un’intervista esclusiva a Bijan Zarmandili
  Bijan Zarmandili e Seyed Farian Sabahi su La grande casa di Monirrieh

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