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Risultati: in rosso i libri; in nero gli autori
25 maggio 2017
In Universale Economica
Conversazione con Antonio Tabucchi
di Fabio Gambaro

Signor Tabucchi, è vero che gli scrittori sono tutti falsari, come sostiene in Tristano muore?
Il mio personaggio lo afferma perché rappresenta la voce e l’oralità, cioè la dimensione opposta alla scrittura. Egli sa che la descrizione scritta di un avvenimento è necessariamente infedele, perché la scrittura falsa sempre la realtà. Ed è anche consapevole della supremazia della voce sulla scrittura, perché la prima è viva, mentre la seconda è inerte. D’altronde, all’origine di tutta la cultura occidentale c’è l’oralità. La voce creata. Al principio c’era il verbo.

Talvolta si parla di voce della scrittura. Cosa ne pensa?
La scrittura è silenzio. È una voce passiva che ha sempre bisogno di un soggetto che la renda attiva, di un lettore che le infonda la vita. Qualche volta, paradossalmente, colui che parla ha necessariamente bisogno della scrittura per esistere. E così, nella nostra cultura, sulla voce, effimera, prevale la scrittura, impermeabile al tempo. Per esempio, la voce di Cristo è ben più importante di quella degli apostoli, ma senza le scritture di questi ultimi non ne avremmo traccia. Al centro di Tristano muore c’è sicuramente questa problematica dell’oralità e della scrittura inerente alla testimonianza.

È soprattutto un libro sulla memoria, sulle sue ombre, il suo vagabondare, i suoi errori…
È un romanzo sulla voglia di testimoniare e sul desiderio di capire. La narrazione di Tristano è di per sé una forma di conoscenza, perché tenta di comprendere il senso della propria vita. Ma per questo è necessaria la memoria, che sfortunatamente è deficitaria. Egli allora decide di consegnare la materia bruta dei suoi ricordi allo scrittore, a cui spetterà, in ultimo, la responsabilità della ricomposizione.

Nell’andirivieni del racconto affiora spesso una dimensione nostalgica, che era già presente nei suoi primi libri. Penso per esempio ai racconti de Il gioco del rovescio…
È vero, la nostalgia è molto presente nel mio lavoro. È un sentimento complesso, una nebulosa in cui possono coesistere il rimpianto, il rimorso, il desiderio di ciò che si è perso, la constatazione di ciò che si sarebbe potuto fare e che non si è fatto, di ciò che si sarebbe potuti essere e non si è stati. Ne Il gioco del rovescio c’è un racconto che parla di saudade. Il protagonista vi scopre il viso nascosto di una donna scomparsa. Alla luce di questa rivelazione, egli prova il desiderio irrealizzabile di rivivere la loro storia. La saudade esprime proprio questa nostalgia per ciò che non si è potuto essere. Una situazione con la quale ci confrontiamo di continuo nel corso della nostra vita. Sfortunatamente, dobbiamo sempre fare delle scelte e spesso queste implicano delle rinunce. La realtà è ricca di possibilità infinite, ogni volta che prendiamo una direzione rinunciamo a un’altra. Nei miei libri, parlo spesso del sentimento d’insoddisfazione e di frustrazione generato da queste rinunce.

È per questo che i suoi personaggi sono sempre alla ricerca di qualche cosa?
La ricerca è il motore delle mie storie. La memoria non smette di interrogarsi sulle occasioni che non si sono colte.

Questo incessante lavoro della memoria produce inevitabilmente una dimensione non lineare del racconto. Si tratta di una specie di rimessa in discussione del tempo e dello spazio?
La letteratura ci offre la possibilità di sottrarci alle tre unità aristoteliche di tempo, di spazio e di azione. Di solito siamo prigionieri di queste unità, perché la nostra vita è qui e ora. Fortunatamente, esiste la letteratura, un piccolo dono del cielo che ci permette di evadere dalla gabbia spazio-tempo all’interno della quale siamo rinchiusi. Come nel sogno, la letteratura ci trasporta verso altri luoghi e altri tempi.

È la nascita di una geografia sentimentale?
Sì, perché i luoghi si caricano di un valore affettivo. Ho viaggiato molto e ho provato ad appropriarmi di certi luoghi, ad assorbirli affinché entrassero a far parte della mia vita. Anche oggi, l’India, le Azzorre o la Francia continuano a vivere in me, indipendentemente dalla loro realtà concreta. Me le porto sempre dietro. È come se le avessi rubate. La nostra vita è piena di furti.

Ci può dire qualcosa dei suoi rapporti con la Francia?
La Francia è stato il primo paese a disorientarmi. Prima di recarmi oltralpe non avevo mai viaggiato. Parigi è stata la mia prima finestra aperta sul mondo. Vi ho fatto delle scoperte che mi hanno cambiato per sempre, delle scoperte che non avrei potuto fare restando a casa. A Parigi ho scoperto il cinema, Flaubert, i surrealisti, Beckett. Ma anche la pittura di Delacroix, la modernità e il pot-pourri di culture che la Francia ha saputo accogliere. Provo molta gratitudine nei confronti di questo paese che visito spesso e sempre con molto piacere.

Tutti sanno del suo attaccamento al Portogallo, al punto che lei viene considerato il più portoghese degli scrittori italiani. È vero che la sua passione per questo paese è nata in Francia in modo del tutto casuale?
Assolutamente. Nel 1964, senza idee chiare sul mio futuro, trascorsi un anno a Parigi per seguire dei corsi di filosofia alla Sorbona. Al momento di rientrare in Italia, comprai un libricino da un venditore di libri usati. Era Bureau de tabac di Pessoa, un autore di cui non avevo mai sentito parlare. Non sapevo una parola di portoghese e quindi lo lessi in francese sul treno che mi riportava a casa. Lo trovai straordinario. In seguito, mi iscrissi alla facoltà di lettere di Pisa, dipartimento di filologia, dove si potevano seguire dei corsi di portoghese. Poi, la vita ha fatto il resto.

Al punto che lei ha scritto Requiem direttamente in portoghese…
Io e il portoghese ci siamo adottati vicendevolmente. Scrivere un testo letterario in una lingua diversa dalla propria è un’esperienza molto importante. È come un battesimo. Si provano emozioni nuove, perché ogni lingua porta in sé un bagaglio emotivo diverso. E dopo che si è scritto un romanzo in un’altra lingua, non si può più dire che questa lingua non ci appartiene. L’appropriazione diventa totale. A partire da quel momento si hanno due lingue.

Come vive questa doppia appartenenza alla cultura italiana e portoghese?
È una fonte di arricchimento continuo, poiché ognuna delle due culture e delle due lingue ha una propria verità. Poco a poco si diventa una terza realtà a cavallo tra le due culture. Si guarda il mondo in modo diverso. Si scopre per esempio che la geografia è sempre un punto di vista relativo. Dall’Italia, Lisbona ci appare all’estremità dell’Europa, viene considerata un punto di arrivo. Ma quando ci si trova lì, ci si rende conto che è una città che invita alla partenza. D’altronde, i portoghesi sono sempre stati delle anime inquiete e dei grandi viaggiatori. Questo spirito vagabondo è un aspetto della cultura portoghese che amo molto e che credo di avere in parte ereditato. La mia vita è caratterizzata da una specie di vagabondaggio continuo, anche se naturalmente resto sempre legato alla Toscana in cui sono nato. A questo proposito, sono spaventato davanti al ritorno di un regionalismo spinto. Non sopporto i discorsi che si basano su affermazioni del tipo "questa terra è mia perché ci sono i miei morti". Preferisco i popoli che portano i propri morti nel cuore. Se portiamo i nostri morti dentro di noi, possiamo andare ovunque. Non siamo alberi ancorati alla terra. Dobbiamo essere nomadi.

Perché il viaggio è così importante per lei?
Dal punto di vista esistenziale, la nostra vita è un viaggio sovente accompagnato da uno spostamento nello spazio. Siamo nati per viaggiare. Lo spostamento per me è fondamentale, è la ricerca continua di un altrove. Spesso desidero essere in un luogo diverso da quello in cui mi trovo, ma quando raggiungo il posto desiderato, ho nostalgia di quello appena lasciato. Mi ritrovo perennemente in questo conflitto. Se ho sempre desiderio di scoprire luoghi nuovi, è perché so che lo spostamento mi riserverà delle sorprese. Viaggiare apre a più possibilità, anche se non si sa mai ciò che si troverà alla fine del cammino. C’è sempre qualcosa che ci sfugge.

È ciò che accade al protagonista di Notturno indiano. Come è nato questo racconto?
I libri nascono sempre per caso. Non sono uno scrittore viaggiatore e non sono andato in India per scrivere. All’inizio, la mia missione era culturale, dovevo fare l’inventario dei testi di origine occidentale conservati nella biblioteca gesuita di Goa. Sono rimasto a lungo sul posto e ho viaggiato su e giù per il paese. È solamente al mio rientro in Italia che ho pensato alla possibilità di un racconto in cui un personaggio letterario seguisse le tappe del mio periplo indiano. Ho quindi sovrapposto il reale della geografia – nel libro c’è anche una mappa dell’itinerario – all’immaginario della finzione. Alla fine, il piano letterario ha talmente trasformato quello reale che in seguito non sono più stato in grado di rifare questo viaggio. Non sono più tornato in India.

Perché?
Ci sono dei viaggi che ci avvicinano a un luogo e altri che ci allontanano. Il mio viaggio in India mi ha allontanato da questo magnifico paese. Forse perché ho sempre avuto paura di rivivere certe emozioni. È come le storie d’amore, non le si può riportare in vita a distanza di anni. C’è una specie di veto. Lo stesso vale per alcuni luoghi in cui ho vissuto momenti molto forti.

I misteri che circondano una vita e i casi che la trasformano sono al centro di Notturno indiano, di Piccoli equivoci senza importanza e di molti altri libri…
Il caso è un elemento fondamentale della nostra vita. Per esempio, il fatto di essere in un luogo con qualcuno è sempre la conseguenza di una serie di casualità che hanno determinato le nostre rispettive vite e che ci hanno condotto nello stesso luogo nello stesso momento. Di solito non ci si pensa, perché una tale constatazione ci dà le vertigini. Personalmente, è una riflessione che faccio quando inizio a scrivere. Questa serie di casualità che cambiano il corso della nostra vita, che possono far sparire o far incontrare le persone, diventa per me materia letteraria.

In Tristano muore, il protagonista diventa un eroe quasi per caso. Questo suona come una critica implicita al mito dell’eroismo…
L’atto eroico è spesso un riflesso quasi inconscio. Come una reazione fisiologica incontrollabile. La società sacralizza e celebra un gesto considerato eroico, ma questo gesto in realtà sfugge a qualsiasi legge, forse a causa delle origini lontane che affondano nell’infanzia del presunto eroe. Io non sostengo la retorica dell’eroismo. Spesso l’eroe è un uomo come tutti gli altri, con le sue zone d’ombra. Talvolta è un uomo pavido e codardo che tuttavia, a un certo punto e in certe condizioni, si mostra capace di un atto eroico. Al contrario di certi grandi spacconi che al momento del bisogno spariscono vigliaccamente.

Tristano muore rende omaggio alla resistenza italiana contro il nazismo, una pagina di storia che lei considera come il solo momento eroico che l’Italia abbia conosciuto nel XX secolo. È stato l’atteggiamento aggressivo di coloro che in Italia rimettono in discussione il valore della resistenza a spingerla a scrivere questo romanzo?
Trovo nauseante il crescente revisionismo a cui si assiste in Italia. Bisognerebbe ignorarlo, ma non sempre è possibile. Perciò ho voluto parlare della Resistenza. Nella storia italiana non si hanno molti momenti di cui essere fieri. A partire da Dante e dalla sua famosa invettiva: "Ahi Serva Italia di dolore ostello" fino a Leopardi, la nostra letteratura ha sempre denunciato la condizione di servilismo e di mediocrità del nostro paese. Tuttavia, in certe occasioni abbiamo saputo mostrare la nostra fierezza e abbiamo saputo reagire. Uno di questi rari momenti è la resistenza al fascismo e al nazismo. Sia chiaro, come in qualunque avvenimento storico, anche durante la resistenza ci sono state contraddizioni e pagine meno nobili. Ma questo non può cancellare il fatto che in quel momento l’Italia ha dato prova di una forza che non aveva saputo mostrare precedentemente. Non posso accettare che si tenti di cancellare questa pagina della nostra storia.

In questi ultimi tempi lei è intervenuto spesso nel dibattito politico italiano. Quando e fino a che punto uno scrittore deve prendere posizione pubblicamente?
Per Blanchot, lo scrittore deve mostrarsi in modo intermittente, e prendere la parola quando ne sente il bisogno, ma senza essere sempre impegnato. Se lo facesse, forzerebbe la sua natura. Ognuno deve rispettare le proprie competenze, e le competenze della politica appartengono ad altri. Tuttavia, lo scrittore deve utilizzare il suo accesso relativamente facile ai media per intervenire più su questioni etiche che su questioni politiche. Personalmente, ho sempre preso posizione in difesa dei diritti dell’uomo e dei cittadini contro l’arroganza del potere, per difendere la costituzione, la giustizia, la libertà. Si tratta di interventi mirati. Quindi, non mi considero un intellettuale impegnato alla Sartre.

È mai stato tentato dalla politica, come lo sono stati altri scrittori in Italia?
Mai. Mi hanno fatto delle proposte, ma ho sempre rifiutato. Per le elezioni europee, in Portogallo, ho accettato di far parte della lista del Bloco de esquerda, un piccolo partito pacifista ed ecologista, ma a condizione di non essere eletto. È un partito minoritario e io sono sempre stato minoritario. D’altronde, diffido sempre un po’ delle maggioranze, le quali, quando non rispettano le minoranze riescono a fare danni considerevoli. Purtroppo, la storia ce l’ha insegnato.

Tre anni fa, in occasione della vittoria elettorale di Berlusconi, lei ha espresso tutta la sua inquietudine riguardo ai recenti sviluppi italiani. Qual è oggi il suo sentimento riguardo alla situazione del paese?
La situazione è peggiorata, per esempio sul piano dell’informazione. La televisione italiana è inguardabile e la stampa è in gran parte controllata da Berlusconi. Il potere politico, economico e mediatico del nostro Primo Ministro è allarmante. In una democrazia, non dovrebbe essere possibile accettare una tale concentrazione nelle mani di una persona sola. Sfortunatamente, la democrazia italiana non ha saputo porre dei freni a Berlusconi, forse perché si tratta di una democrazia formale e non sostanziale. Tuttavia, se gli italiani si accontentano di questa situazione, non si può fare molto. In passato la maggioranza degli italiani è stata fascista e forse oggi lo è ancora, almeno in parte.

Alcuni osservatori sottolineano, al contrario, il crescente malcontento degli italiani rispetto alle promesse non mantenute di Berlusconi…
Non lo so, anche se lo spero. Forse bisognava provare la realtà del potere berlusconiano per poterlo rifiutare.

Nel 1994, in occasione della prima vittoria elettorale di Berlusconi, la pubblicazione di Sostiene Pereira venne accolta come una sorta di manifesto inneggiante alla resistenza intellettuale…
È curioso. In realtà avevo scritto il romanzo molto prima della vittoria di Berlusconi. È anche vero che, durante gli anni precedenti, avevo ravvisato dei segnali inquietanti, in Italia e altrove. Si assisteva al ritorno dei nazionalismi, della xenofobia, del razzismo. Avevo l’impressione che la storia del fascismo fosse sul punto di ripetersi. E ho capito che il vento degli anni ’30, con tutti i suoi fantasmi, non aveva mai smesso completamente di soffiare. Allora ho deciso di ambientare la storia di Pereira negli anni trenta e in un paese dal fascismo periferico come il Portogallo. Alla pubblicazione del romanzo alcuni giornali controllati da Berlusconi mi hanno aggredito violentemente. In realtà, sono stati loro i primi a riconoscersi in questa storia.

Il personaggio di Pereira rappresenta una forma di eroismo "minore", come quello di Tristano?
È l’eroismo dell’uomo della strada. Pereira è grasso, timido, sfortunato e forse anche un po’ vigliacco, ma fa il suo lavoro di giornalista e dà informazioni al suo pubblico, provando a sfuggire alla censura. Fa un gesto che noi consideriamo eroico, ma che in fondo rappresenta solamente il suo dovere. Nel contesto della dittatura portoghese, si tratta di un atto di resistenza intellettuale. Pereira, per quanto pavido, non si lascia sfuggire l’occasione.

Negli altri suoi libri, i personaggi mancano il loro appuntamento con il destino…
Una gran parte della nostra vita è fatta di occasioni mancate. I momenti eroici sono rari. Noi ci perdiamo senza sosta nel labirinto dell’esistenza, incapaci di risolvere il rebus della vita. In qualità di scrittore mi interesso di più alle esistenze fallite che a quelle riuscite. La vita in sé non ha significato, siamo noi a darglielo con le nostre interpretazioni. Mentre raccontiamo una vita, le diamo un senso. È per questo che la narrazione è sempre una forma di comprensione, per la quale si scelgono stili letterari diversi.

In effetti, lei ha utilizzato le forme del romanzo, del racconto, del teatro, del sogno…
Amo avventurarmi su strade differenti, anche se dietro questa pluralità di forme c’è sempre lo stesso discorso. La letteratura è come un armadio che racchiude abiti adatti a diverse occasioni. Tra questi uno dei miei preferiti è il racconto, anche se è un genere letterario molto difficile. Come il sonetto, è una forma chiusa che è necessario terminare in un lasso di tempo limitato. Non posso lasciare un racconto a metà per riprenderlo più tardi. Il racconto ha bisogno di essere scritto di getto. Non aspetta. Alcuni scrittori lo utilizzano come una specie di serbatoio di idee per il romanzo, ma si sbagliano. Alcuni soggetti non possono essere trattati che in forma breve. Ne guadagnano in efficacia.

Cos’è lo stile per lei?
Lo stile è il modo attraverso il quale ci manifestiamo agli altri. È talmente radicato in noi che appartiene alla nostra natura profonda. Lo stile è forma e contenuto nello stesso tempo. Sorge spontaneamente, anche se in seguito ha bisogno di essere elaborato e affinato. È per questo che bisogna riscrivere più volte la stessa pagina. D’altronde, la scrittura non è un dono del cielo, frutto della semplice ispirazione. Certo, in essa c’è sempre qualcosa di impenetrabile, ma la maggior parte del tempo è il risultato di lavoro, fatica e pazienza. La scrittura è un lavoro artigianale, un lavoro manuale e fisico. Lo scrittore è come un falegname che crea oggetti diversi con un unico pezzo di legno. E quando noi lavoriamo alla scrittura, siamo il prodotto di numerose influenze. Non credo agli scrittori che si considerano liberi da qualunque eredità e discendenza. Per quel che mi riguarda, sono consapevole del fatto che prima di me c’è stata una tradizione millenaria. Non possiamo prescindere da questa tradizione.

Non le capita mai di avere la sensazione che questa tradizione sia un po’ opprimente?
No. Al contrario, mi rassicura. Se così tante persone hanno scritto prima di me, posso farlo anche io. Quello che è difficile è essere il numero uno. È per questo che ho sempre scritto senza avere la presunzione di primeggiare.

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  La scheda autore di Antonio Tabucchi
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  “La letteratura non è il luogo della militanza”. Intervista ad Antonio Tabucchi
  Conversazione con Antonio Tabucchi
  Le voci di Tristano raccontate da Tabucchi. Intervista all’autore di Tristano muore

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