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Risultati: in rosso i libri; in nero gli autori
5 dicembre 2021
In Universale Economica
L'intervento di Domenico Starnone
Ho fatto l’insegnante per una trentina d’anni e, negli anni, quello che mi ha colpito era la difficoltà crescente di insegnare storia. Devo dire che era difficile capire perché, a meno che non ci si autoanalizzava. Pensando a me stesso ho scoperto, o almeno mi è sembrato di capire, che io stesso quando ero studente avevo difficoltà a studiare storia. Probabilmente questa difficoltà va indietro di generazione in generazione fino a quando si è cominciato a insegnare storia nelle scuole. Con gli anni è diventato difficile insegnare qualsiasi cosa per motivi che sono probabilmente complessissimi e che qui non affronteremo. Per quello che riguarda l’insegnamento della storia l’impressione era che i ragazzi riuscivano in qualche modo a seguire il racconto che gli faceva l’insegnante ma che il problema di fondo era l’impatto con il manuale. E poiché uno studio senza manuale è un po’ campato in aria oltre ad essere molto rischioso, il problema era capire quali erano le difficoltà che i ragazzi incontravano con il manuale. Gli insegnanti che si interessavano al problema alla fine cercavano altri manuali o sempre più complessi o sempre più facili. Diciamo che negli anni i libri scolastici sono diventati non sempre più facili ma, secondo me giustamente, sempre più complessi. Per esempio ci sono stati ponderosissimi volumi zeppi di documenti su cui lavorare. Ci sono state articolatissime narrazioni, e noi a seconda dei casi, come insegnanti dico, ci siamo orientati verso quello verso quell’altro provando di volta in volta. In realtà questa difficoltà di fronte alla storia (direi in qualche caso addirittura il rifiuto di studiare la storia) almeno nella mia esperienza è diventato sempre più forte. A generalizzare coi discorsi c’è sempre il rischio che poi si pensi che nessun ragazzo studi storia. In realtà c’erano sempre quei quattro cinque ragazzi che erano molto studiosi con i quali si ottenevano buoni risultati. Il problema era perché tutti gli altri invece erano bloccati o addirittura rifiutavano la storia. Lì sono venute fuori con gli anni e con le letture le ipotesi più disparate. Per esempio come la televisione abbia influito sul consumo di tutto. Probabilmente nelle generazioni che sono cresciute con la televisione dovrei mettere persino la mia. A pensarci ho cominciato a vedere stabilmente la televisione tra i quindici e i sedici anni e quindi la televisione mi ha sicuramente influenzato come poi in seguito ha influenzato i miei figli e oggi influenza moltissimo i figli dei miei figli.
La televisione è in qualche modo una specie di precipizio di momenti storici diversi. Pensate a un bambino che passa dalla Guerra del fuoco a Guerre stellari a un film con Marylin Monroe a uno con Raoul Bova saltellando da un canale all’altro nello stesso pomeriggio, nella stessa serata. È un’esperienza che tende a fondere un po’ tutte le epoche dentro la testa del ragazzino. La televisione dà un forte senso di compresenza dei tempi, di contemporaneità del non contemporaneo. Resta il fatto che questa compresenza non organizzata, non rivisitata, non studiata e non utilizzata per l’apprendimento rischia poi di essere un ostacolo di fronte a una metodo d’insegnamento della storia (quello classico) per cui un fenomeno deriva dall’altro. Nella testa dei ragazzi spesso invece Marylin Monroe è ancora viva, perché vedono sullo schermo una donna viva che parla, discute. A questo bisogna aggiungere poi altro: il manuale è anche un oggetto che ha una disposizione spaziale. C’è sempre il rischio che un ragazzo vi dica che Cavour è vissuto nel capitolo sedicesimo. Le formule scolastiche tendono molto a questo tipo di comunicazione: i ragazzi non chiedono mai “Che cosa studiamo?”, chiedono sempre “Che capitolo si porta?” Dico queste cose per farvi un po’ intuire la difficoltà di insegnare una materia come la storia oggi.
La scuola è un grande meccanismo divulgativo, anche se, in realtà, è difficile che i ragazzi di scuola media superiore come di scuola media inferiore o delle elementari imparino a fare storia. Il lavoro che gli insegnanti fanno è divulgazione di informazioni o divulgazione di nozioni o una costruzione di senso storico. Nelle elementari, per esempio, si fanno spesso dei bellissimi lavori con le foto che i ragazzi portano da casa; è il tentativo di dare al ragazzino l’idea che il mondo non è cominciato con lui e che probabilmente non finirà con lui. Malgrado questo lavoro, nel ragazzo, e io direi anche nell’adulto, lo spartiacque è la data della propria nascita. Il mondo storico è cominciato con la nostra nascita e finisce ipoteticamente con la nostra morte. È difficile inserirci in un flusso temporale, in un flusso di eventi. La nostra vita si costruisce come un racconto, ma è difficile far accettare ai ragazzi il fatto che questo racconto è solo un capitoletto di un racconto molto più ampio. Probabilmente, però, questo ha anche un versante positivo perché il ragazzo nel rifiutare la storia è come se rifiutasse il passato e quindi come se si ponesse come novità assoluta. Questo essere novità assoluta non è soltanto un male, è anche la forza che ci spinge ad agire, ad agire pensando che siamo i primi a fare delle cose, che quindi con la nostra azione rinnoveremo tutto, saremo il nuovo che sfonda nel vecchio. Questo non è solo un brutto sentimento, è anche la forza che muove le cose.
Avevo accennato alla divulgazione: la divulgazione che fanno gli insegnanti nelle classi ma anche la divulgazione che fa l’editoria, è una cosa molto complicata e non si sa mai se sia un bene o un male. In realtà per capire bene le cose, per stare bene dentro le cose, noi dovremmo sempre tenere in piedi un’idea di complessità e tenercela stretta, perché solo un’idea di complessità ci aiuta poi a non prendere abbagli, a non semplificare. La divulgazione però è per sua natura una semplificazione. C’è chi ha scritto che istruirsi, essendo di per sè già un meccanismo divulgativo e quindi semplificatorio, non può che produrre semi-istruiti e i semi-istruiti non possono che essere persone che non hanno sufficiente saggezza perché non hanno a sufficienza maturato, costruito dentro di sé un sapere del mondo in cui vivono. Sicché chi sottolinea questa tesi pensa a una costruzione di sé come percorso autonomo, mentre pensa all’istruzione come a un percorso indotto e relativamente superficiale.
I regimi totalitari hanno sempre amato moltissimo la semplificazione, per esempio Hitler sosteneva che la storia era un problema dei professori, e che quindi loro potevano studiare quanto volevano, ammucchiare i documenti, archiviarli, ecc. Problema invece del cittadino comune era un’infarinatura di storia, che gli permettesse di agire poi politicamente in modo giusto all’interno del proprio paese, significa in parole povere “vi diamo la storia che serve a conservare il nostro potere”.
La divulgazione quindi ha dei rischi enormi, ha il rischio della semplificazione, ha il rischio dell’istruzione superficiale, ha il rischio di affrontare, di assimilare i problemi in maniera molto semplificata e quindi di non assimilare nulla di fatto, ma solo delle linee di tendenza che aiutano ad orientarsi secondo i desideri di chi quelle linee di tendenza ha fissato. Dobbiamo quindi dire che la divulgazione avendo i suoi rischi va buttata via? In teoria sulla base di queste tesi noi dovremmo buttare via non solo qualsiasi testo divulgativo ma anche la scuola, che è nella sostanza un meccanismo divulgativo. Le cose non stanno così perché noi abbiamo molto bisogno di schemi interpretativi dentro cui inserirci più o meno politicamente per poi riempirli con lo studio che è una cosa diversa dalla pura e semplice divulgazione di schemi interpretativi.
Il testo di cui parliamo stamattina è secondo me un serio lavoro di interpretazione sintetica dei fatti centrali della storia dell’umanità. Già il titolo in italiano è secondo me un buon titolo, il giusto titolo per questa operazione: non è “Storia del mondo” o “La storia del mondo”, ma Una storia del mondo, a cui si potrebbe aggiungere, scritta da un signore tedesco che si chiama Manfred Mai, la storia del mondo secondo Manfred Mai. Questo è il modo corretto di porre un’operazione di questo tipo. “Noi non vogliamo darvi” dice chi ha scritto il libro, chi lo ha pensato, chi lo ha edito, “non vi stiamo dando La storia, vi stiamo dando Una storia; poiché si tratta di un libro divulgativo dovremmo dire vi stiamo dando un possibile schema di interpretazione dei fatti del mondo. Ed è in questo modo, con questi intenti dichiarati che questo tipo di libro è molto utile e cancella fin dal titolo i rischi di queste operazioni. Se andate poi all’introduzione vedete bene che chi ha scritto il libro, Manfred Mai, sa molto bene quello che sta facendo, e lo dichiara subito. Vi dice: io sto facendo un libro che è un quadro generale, dentro cui poi voi, voi ragazzi, ma anche voi adulti, voi anziani, potete scavare per capire meglio, per sapere come quei problemi vanno più articolati per risalire a una complessità da cui io sono partito semplificando ma voi con un movimento alla rovescia potete invece ritornarvi.
La seconda cosa che dice Manfred Mai, già nell’introduzione, è molto importante: nella sostanza, in questa operazione di tipo schematico, io ho fatto quello che fanno i libri di storia da un sacco di tempo, cioè ho fatto la storia dell’occidente. Però, poiché so bene quali sono i rischi di questa storia, vi dico che mi sono molto sforzato di ricordarmi che il mondo non è solo l’occidente e che quindi ci sono un bel po’ di cose fuori dell’occidente da raccontare.
Naturalmente quando leggerete il libro, se non l’avete già letto, scoprirete che i problemi sono molti e che in alcuni punti il libro è discutibile o discutibilissimo. Il libro, infatti, comincia con le civiltà orientali, mostrando la loro ricchezza, ma già nell’ordine lineare non riusciamo ancora a sfuggire all’impressione che la storia dell’umanità sia una sorta di crescendo: si parte dai sumeri che cercano di fare le loro cosine al meglio ma il mondo, la storia, la civiltà comincia realmente soltanto con i greci, che gettano le basi di un qualcosa che poi esploderà nella rivoluzione americana, e così via fino ad arrivare ad oggi. In parole povere anche lì, proprio perché ve l’ha segnalato, vedete la buona intenzione ma anche la difficoltà di uscire da questa buona intenzione per costruire una storia, o almeno uno schema storico che riesca di sottrarsi al punto di vista eurocentrico, occidentale. È molto difficile perché la storia non è nata così, la storia è nata come storia dell’occidente come storia dello stato-nazione. La storia spesso è nata per costruire idee di patria (tutto l’ottocento fonda una storia nazionale che scantona spesso nel nazionalismo e che nel novecento registra il suo fallimento come storia di progresso con due guerre mondiali e le bombe atomiche buttate su Hiroshima e Nagasaki). In parole povere c’è un’idea di storia che ha attraversato un paio di secoli e che sembra oggi arrivata a una specie di stallo, di disordine, dove invece il suo compito era mettere ordine. Oggi la storia è un pulviscolo di problemi che non riusciamo a ordinare: si ha da un lato la crisi, credo definitiva, delle storie nazionali e patriottiche, la crisi della storia eurocentrica, e, dall’altro l’idea che finito il colonialismo fosse possibile spostare in occidente, quelle stesse ricerche che si erano fatte nei paesi coloniali (come se i paesi coloniali non avessero appunto storia, ma fossero solo un problema di etnografia). E quindi da noi è nata la cosiddetta storia di lunga durata, lo studio di quei fenomeni lentissimi opposti ai movimenti continui della storia come battaglie, principi, monarchie. All’interno di questo stato di crisi della storia (non è solo la storia che è in uno stato di crisi, lo è la maggior parte del mondo contemporaneo), queste operazioni aiutano. Sono operazioni che semplificando vi dicono: questo è un modo possibile per orientarsi nei problemi del mondo, nel suo percorso nel tempo fino ad oggi. Leggilo, discutilo, fallo crescere, approfondisci e così via.
Questo quindi è un libro per i ragazzi ma secondo me è un libro anche per gli insegnanti, è un libro per gli anziani che vogliono in qualche modo rivedere il luogo e il tempo dove sono casualmente finiti, ed è un libro anche per chi fa il vostro lavoro. Questo è un libro che si può leggere e sezionare, e intorno alle varie sezioni, ai vari momenti - anche a quelli che non condividiamo - costruire bibliografie, suggerimenti di lettura che possono ampliare gli orizzonti, farci capire meglio, ridarci un’idea di complessità.
copertina

Una storia del mondo
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  La scheda autore di Manfred Mai
  Un solo mondo? Come parlare oggi di storia ai ragazzi

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