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Risultati: in rosso i libri; in nero gli autori
5 dicembre 2021
In Universale Economica
Noi i selvatici dell'editoria. Intervista a Carlo Feltrinelli
Di Alberto Papuzzi, tratto da ”La Stampa”, 3 maggio 2005
Inviato a Milano alla vigilia della Fiera del Libro incontriamo Carlo Feltrinelli nella storica sede della casa editrice, via Andegari 6, cuore di Milano. Stanzette, corridoi, scalette, fotografie, poster, ingrandimenti di vecchie copertine alle pareti, dal Diario del Che in Bolivia a Cent’anni di solitudine, tutto ha un sapore di nostalgia perché la Feltrinelli festeggia 50 anni di vita. Fondata da Giangiacomo Feltrinelli alla fine del 1954, i primi libri uscirono il 18 giugno 1955.

Cinquant’anni di storia editoriale: come li vive, con quale spirito?
Il mio stato d’animo è una sensazione viva, dinamica. Poi ci possono essere anche momenti di stanchezza. Se vogliamo riassumere in un’immagine la mia esperienza di editore, direi che è una vocazione più europea che italiana.

I primi due volumi erano l’Autobiografia di Nehru e Il flagello della svastica di Lord Russell, dunque il terzo mondo e il problema dei fascismi. Lei vede ancora un legame fra quell’inizio e ciò che la casa editrice è oggi?
Quei due libri corrispondevano a filoni molto precisi, che si sono arricchiti negli anni a seguire, arrivando a un catalogo che rimane una bussola e che testimonia l’impegno di mantenere nel tempo una lealtà illuministica attraverso tante pagine diverse.

In mezzo secolo abbiamo assistito a tanti cambiamenti, fuori e dentro il mondo editoriale. Nel vostro caso, prevale la continuità, o sono più forti le rotture?
Io penso che è il catalogo a parlare. Mantenere l’attenzione agli effetti sociali della nostra epoca, alla rivoluzione digitale, ai temi della globalizzazione, al nostro circo equestre italiano, questa è la Feltrinelli. Anche negli anni che hanno segnato forti cambiamenti, a me sembra che ci sia questa continuità. E questo è il bello della Feltrinelli, al di là che ci si riesca o meno. Il bello è questa vocazione al futuro.

Ma qual è, più in generale, lo stato dell’editoria italiana? I marchi continuano a fiorire, fare l’editore è di moda...
Però il 70 per cento del mercato gira su quattro gruppi. Poi esiste una miriade di editori piccoli e piccolissmi. Nel complesso credo che la proposta dell’editoria italiana sia soddisfacente: non ci sono scarti rispetto a Francia e Germania, che pure operano su mercati più grandi. Il nostro è un mercato stabile, nonostante la crisi economica, nonostante il fenomeno dei libri venduti coi giornali, nonostante altri Paesi come la stessa Germania registrino smottamenti. È stabile ma anche statico. Forse stitico. Ci sarebbe molto da fare. Ma sono questioni annose che riguardano scuola, università, biblioteche, librerie.

Quali sono le differenze fondamentali fra un editore come suo padre e lei?
Le differenze sono nelle caratteristiche delle persone. Ma la differenza principale è che l’editoria è molto cambiata. Prima, per esempio si operava in un mercato in cui c’erano tanti editori puri. Lo stesso libro negli anni Cinquanta aveva un peso specifico diverso rispetto a oggi, quando per paradosso si fanno molti più libri... Ma in fondo stiamo sempre parlando di titoli, autori e collane e idee; di scoprire scrittori in paesi nuovi, senza che cada l’interesse per i grandi conflitti del mondo. Perciò io mi considero un editore come Giangiacomo Feltrinelli, anche se il tipo d’impresa può sembrare diverso.

Dicendo che oggi si fanno più libri, intende che se ne fanno anche troppi?
Se si pensa al numero di novità che escono in un anno in Italia pare difficile che possano essere assorbite. Si pubblicano circa cinquantamila nuovi titoli all’anno, da 4300 editori, solo nel mercato di varia e ragazzi. Tenendo conto che l’Italia rimane un Paese poco strutturato alla lettura.

Lei vede politiche di mercato diverse, fra chi punta alla selezione e qualità e chi pubblica comunque?
Se la domanda è che la ricerca la fanno solo i piccoli editori, la risposta è no. Se la domanda riguarda i libri leggeri, la letteratura d’evasione, voglio citarle uno scritto di mio padre, nel catalogo del primo decennale, 1965: “Il libro oggi non è più soltanto strumento di studio e di stimolo impegnato, ma anche di svago, di informazione, di divertimento... Da qui a dieci anni, il panorama culturale italiano, il grado di civiltà del nostro Paese, dipenderà anche, e in larga misura, da cosa, anche nel campo della letteratura di consumo, gli italiani avranno letto”.

A parte suo padre, che editori ama ricordare? Quali hanno lasciato il segno?
Parecchi. Nella saggistica il marchio più innovatore con la Feltrinelli è stato il Saggiatore, di Alberto Mondadori. Noi e loro, abbiamo fatto catalogo delle nuove idee negli anni Sessanta, aggiornando lo stato del sapere di questo paese. Poi naturalmente Giulio Einaudi: sui suoi anni d’oro pubblichiamo il libro di Ernesto Ferrero. Ho avuto la fortuna di conoscere Einaudi piuttosto bene. Con tutte le differenze è stato un amico. Ho tanti ricordi di lui, alcuni anche molto speciali molto toccanti.

E chi ricorda fra gli intellettuali attorno ai quali girava la casa editrice?
Mi viene in mente un nome su tutti, una persona per me fra le più significative nella storia politica e culturale del dopoguerra: Giampiero Brega, del quale si parla poco, ma che ha realmente interpretato lo spirito della casa editrice. Allievo di Banfi, partito agli inizi con mio padre è rimasto con noi fino all’81, lavorando a grandi collane come la Fisb (I fatti e le idee, Saggi e Biografie) cominciata se non sbaglio nel ‘64 e chiusa all’inizio degli Ottanta, con cinquecento titoli, che teneva insieme saperi diversi, pubblicando Auerbach, Snow (sulle due culture), Sadoul sul cinema, Asimov sulla scienza, sino a Foucault e Rawls. Aveva un’ossessione per i libri che ho visto in pochissime persone.

Se alla Feltrinelli c’erano Bianciardi e Bassani, Riva e Filippini, all’Einaudi c’era Calvino, alla Mondadori c’è stato Vittorini: il ruolo di un’avanguardia intellettuale era allora decisivo, per le sorti di una casa editrice. Ma questo ruolo è ancora compatibile con le dimensioni e le esigenze dell’editoria di oggi?
In realtà noi non siamo cresciuti così tanto: pubblichiamo poco più di cento novità all’anno. A parte fasi, negli Settanta, in cui siamo arrivati anche a duecento titoli, direi che la nostra dimensione è sempre stata questa. E non ci mancano i consulenti, per questa dimensione, da Carlo Ginzburg a Salvatore Veca, per fare dei nomi. Certo, un tempo, il libro aveva, come ho detto, un’aura diversa. Ma la nostra è tuttora una casa editrice in cui ci sono confronto, questioni, idee, contrasti.

C’è una sede specifica di discussione, qualcosa come i mercoledì einaudiani?
No, siamo meno formali, tradizionalmente più selvatici. Non abbiamo momenti sacri.

La Feltrinelli nasce, come visto, con la saggistica impegnata, ma fa subito fortuna con la grande narrativa: Il dottor Zivago nel 1957, il Gattopardo nel 1958, quindi negli anni Sessanta Bellow, Blixen, Kerouac, Grass. Come convivono le due branche?
Abbiamo una produzione fifty fifty. Con la prerogativa di essere una delle rare case editrici italiane che pubblica testi, anche complicati, sensa sbocco universitario obbligato. È un elemento del nostro dna: non rinunciare a riflessione approfondita e rigorosa. Ciò detto, i bestseller di narrativa colpiscono di più. Benché anche l’attualità registri dei bestseller come Gino Strada o l’autobiografia di Mandela.

Perché, cosa arriva a vendere un libro di Gino Strada?
Può sfiorare il mezzo milione di copie.

Lei ha detto di apprezzare le identità editoriali, le differenze marcate: si può identificare un tipo di lettore feltrinelliano?
Negli anni le distinzioni si sono fatte meno evidenti, certi libri nostri potrebbero farli Einaudi, Bompiani o Laterza, e viceversa. Però restano tipologie di libri in cui il lettore si riconosce feltrinelliano: attualità politica, temi legati alla rivoluzione digitale, Stefano Benni o Daniel Pennac o Banana Yoshimoto o la letteratura al femminile, con Isabel Allende. Vorrei sottolineare come tipica l’Universale Economica, collana in cui i generi e i lettori si mescolano, fra saggistica e narrativa, e nella quale, un paio d’anni fa, abbiamo cominciato a pubblicare nei Saggi Rossi libri cardine della nostra storia, da Hannah Arendt a Edward W. Said.

Va bene, ma questo lettore feltrinelliano è politicizzato, è di sinistra?
Anche qui: uno è la propria biografia. Però penso che Feltrinelli sia riuscita a essere una casa editrice che parla a un pubblico largo. Facciamo anche i libri di giardinaggio di Pejrone che scrive sulla Stampa, l’anno scorso abbiamo tentato con un primo thriller, abbiamo i libri di cucina, i libri di viaggio... Insomma è una proposta editoriale dopo cinquan’anni veramente articolata. Penso anche al successo dei Dvd. Il fatto che un certo cinema documentario si mescoli sugli scaffali con i libri è tipicamente feltrinelliano, di un lettore che ama saltare i generi.

Quando nasce l’editore Feltrinelli nascono anche le Librerie Feltrinelli. Quanto hanno pesato e quanto continuano a pesare?
Indubbiamente molto. Perché era un progetto aperto, non per promuovere i nostri libri ma per avvicinare le persone alla lettura. Fino a una ventina d’anni fa sono rimaste una dozzina, poi si è registrata una fortissima espansione.

Quali sono i rapporti con la Fondazione Feltrinelli?
Noi e loro facciamo due mestieri diversi. Però la casa editrice pubblica gli Annali della Fondazione, con la quale sempre più - ne sono anche il presidente - esistono ragioni di contatto. La settimana scorsa abbiamo presentato un Annale dedicato all'Africa, dopo quelli su America Latina e capitalismo asiatico.

Si può considerare la Fondazione Feltrinelli una specie di bacino, una riserva di idee, cui attinge la casa editrice?
Non è stato sempre così. Mi piacerebbe lo fosse di più in futuro.

Che cosa si aspetta dalla Fiera del Libro?
Mi sembra che negli anni si sia consolidato come grande kermesse per il pubblico, soprattutto torinese, con possibilità di incontri di alto livello e con qualche momento anche per gli operatori. Per quanto mi riguarda, stare nello stand a vedere le facce di chi piglia su un libro è sempre istruttivo.
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