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5 dicembre 2021
In Universale Economica
“Il compromesso è l’arte di vivere”. Intervista ad Amos Oz
Di Luis Amiguet, tratta da “L’Eco di Bergamo”, 10 aprile 2005
Amos Oz è nato a Gerusalemme, "una commedia multietnica che spesso finisce in tragedia", 65 anni fa: "Sono più vecchio dello Stato di Israele - dice -, e sono sposato da 45 anni con la stessa donna: ma il merito è più suo che mio".

Come è diventato uno scrittore?
"Veramente da bambino sognavo di fare il pompiere. Per via dell'uniforme, che piaceva molto alle bambine. Non ci sono riuscito però, e ho dovuto ripiegare sullo scrittore: non avrei sedotto il prossimo con i bottoni dorati ma con le belle parole".

È riuscito nel suo intento?
"Oggi faccio il pompiere. Cerco di aiutare i miei letto-ri a capire meglio se stessi e gli altri, e così a vivere più consapevolmente; e più intensamente".

Lei come vive?
Abito vicino al deserto. Mi alzo all'alba e me ne vado lì a vagabondare senza meta. E cerco di sentire.

Cosa?
Quando torno a casa accendo il notiziario delle 6 e ascolto gli uomini politici riempirsi la bocca di parole: "Per sempre", "mai più... ". Allora sento ridere le pietre di quel deserto, che da centomila anni è sempre uguale.

Poi cosa fa?
Mi metto a scrivere. Che è una cosa faticosissima. A volte passo tutta la mattina senza riuscire a combinare nulla. Nemmeno una riga. Me ne sto lì a fissare il muro.

Non si sente frustrato?
Questi vuoti sono necessari come le mattine in cui invece finisco un romanzo. Fanno parte dello scrivere. Poi vado a sedermi in un caffè. In Israele chiunque attacca discorso con il primo sconosciuto: "Ha letto il giornale? Questo governo è folle!". Vogliono solo che gli si dia ragione, in realtà nessuno ascolta nessuno. Ma io sì. Mi guadagno la vita ascoltandoli. Suonano con note sempre diverse lo stesso piccolo strumento che suono io: la lingua ebraica. Potrà sembrarle uno strumento insignificante, dato che lo suonano solo otto milioni di persone. Ma sono più di quelle che parlavano inglese al tempo di Shakespeare.

I suoi genitori parlavano yiddish?
Mio padre parlava undici lingue, tutte con un terribile accento russo, e mia madre sette. Erano professori e fra loro usavano il russo e il polacco per non farsi capire da me, perche quasi sempre parlavano delle sofferenze dei loro parenti in Europa. Con me parlavano solo yiddish anche per impedirmi di imparare qualsiasi lingua europea ed evitare così che io un giorno mi trasferissi in Europa e finissi in un campo di concentramento. Le mie prime parole d'inglese le ho imparate in strada, tirando sassi contro i soldati britannici: British go home!.

Lei ha assistito alla fondazione dello Stato d'Israele.
Da vicino. Ho conosciuto bene tutti i suoi protagonisti, quelli che oggi sono stampati sulle nostre banconote.

Ha vissuto anche in un kibbutz.
È stato l'unico esperimento socialista realizzato da cittadini qualsiasi: ne partiti ne governi ne burocrazia; un gruppo di amici metteva insieme quello che possedeva e fondava un kibbutz.

Le ha insegnato più cose il kibbutz o la guerra?
Entrambi. Sono stato ufficiale dell'esercito. Non sono mai stato un pacifista: non credo che i popoli debbano amarsi per forza, è un'idea ingenua e semplicistica. Vorrei solo che non si uccidessero a vicenda.

Sarebbe già molto.
Mi batto per un compromesso pragmatico fra nemici. Non sono "messianico" come George W. Bush e i suoi sostenitori; non m'interessa dividere il mondo fra cattivi ed eroi, come in un brutto film.

Cosa le interessa invece?
Un litigio fra marito e moglie che hanno entrambi ragione, un contrasto fra padre e figlio quando l'amore del padre è genuino quanto l'ansia di libertà del ragazzo. Questo è ciò che faccio come scrittore: cerco di spiegare l'essere umano.

L'arte del compromesso, di venire a patti...
Il compromesso è la vita. Le concessioni fatte da entrambe le parti salvano l'umanità. L’opposto è l'inflessibilità, il fanatismo, la morte. Nei miei romanzi parlo delle persone: siamo tutti felici a metà. Scrivo sulle stupidaggini e cattiverie che commettiamo contro noi stessi e contro gli altri".

Perche ci facciamo del male?
Per vanità: vogliamo impressionare gli altri. Per questo ci comportiamo in maniera sciocca e a volte persino malvagia. Tutto il mondo è pieno di persone che lavorano più del necessario per guadagnare più soldi di quanti in realtà abbiano bisogno, per comprare cose che non sono indispensabili, per fare impressione su altre persone per le quali in realtà non provano nulla.
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  La scheda autore di Amos Oz
 Foto dell'autore
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