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5 dicembre 2021
In Universale Economica
Intervista a Péter Esterházy su L’edizione corretta
di Paola Sorge, tratta da “la Repubblica”, 13 agosto 2005
Dopo la pubblicazione di Harmonia caelestis a cui è seguito un fuoco d’artificio di letture, interviste, premi prestigiosi (fra cui il Grinzane Cavour e il Premio della pace dei librai tedeschi), Péter Esterházy, 55 anni, sembra aver perso un po’ del suo smalto, di quella allegria e straripante gioia di vivere che caratterizzano questo aristocratico enfant terrible della letteratura ungherese. Ma forse è solo un’impressione, di certo dovuta alle note dolenti della sua ultima fatica, L’edizione corretta (dell’Harmonia caelestis), presto in libreria. C’è grande attesa per questo libro-rivelazione, cronaca sofferta di una scoperta sconvolgente fatta dallo scrittore per caso nel consultare gli archivi di Stato. Non è un romanzo, ma indubbiamente romanzesco è il colpo di scena su cui si basa: l’eroe di Harmonia, il "buon padre" di Péter, in gioventù nobile e fiero ufficiale degli Ussari dell’Impero e proprietario di mezza Ungheria, ridotto dopo l’occupazione delle truppe sovietiche a guadagnarsi il pane zappando la terra, era in realtà una spia del regime comunista. Un traditore, ha scritto senza mezzi termini il figlio, messo di fronte a una realtà insospettata che dissolve di colpo l’atmosfera di nostalgica rievocazione degli anni di splendida miseria passati durante il regime comunista così ben descritti nella seconda parte della sua grandiosa saga familiare. Suo padre non è una vittima eroica, suo padre è stato al servizio della polizia politica dal 1957 al 1980, ha compilato liste di aristocratici ungheresi, ha descritto i loro movimenti. Suo padre assurge a simbolo dei grandi rivolgimenti che hanno caratterizzato la storia del suo Paese (azzardo nel tentativo di superare le resistenze dello scrittore. Esterházy, è comprensibile, non ha molta voglia di parlare delle vicende penose che sono alla base del libro). «Io non la vedo così», risponde contrariato, «per me Harmonia caelestis non è un memoriale, è un romanzo, ragion per cui mio padre non è per niente un simbolo. Il poveretto non lo è mai stato, sono io che ho creato un simbolo attraverso la sua vita, attraverso la mia vita, e se il romanzo è riuscito bene, anche attraverso la sua vita, dunque attraverso la vita di tutti i lettori. E in prima linea attraverso la lingua».

Esterházy, lei si è autodefinito un "buontempone di talento". In realtà i suoi giochi letterari sono serissimi, frutto di dura disciplina e di sconfinato amore per la sua lingua. Quali sono stati i suoi maestri e qual è lo scrittore dei nostri tempi che ama maggiormente?
In genere rispondo a questa domanda facendo il nome di Italo Calvino. Ma la vera maestra è per me la lingua, la lingua ungherese. Potrei naturalmente fare una lista di nomi di gente interessante e/o intelligente, da Marguerite de Navarre a Umberto Eco, o da Rabelais via Joyce fino a Deszo Kosztolàny. Forse manco di costanza, certe volte amo Deszo Tandori, certe volte Tabucchi, certe volte Bohumil Hrabal o B. S. Byatt, certe volte Péter Nàdas. O Gregor von Rezzori. Accidenti, l’amore è così complicato!.

Torno al punto dolente. Come ha scoperto che suo padre era in realtà un informatore del regime? L’Edizione corretta non ha niente a che fare con la fiction e con la fantasia, dunque questo libro ha rinunciato a una delle più grandi possibilità che offre la letteratura. Non so nemmeno se si tratti di letteratura o no, ma non me ne importa niente. Nel libro descrivo con precisione come, dopo aver finito Harmonia, sono venuto a sapere casualmente di mio padre. Ma ora non ho voglia di ricordarlo, trovo che l’intervista come forma non appartenga al libro, in ogni caso non quando va sul personale. Il punto è che questo libro è interamente personale. Partendo da questo aspetto "troppo personale", il libro vuole raggiungere o mostrare qualcosa di generale. Diciamo sulla natura della storia e sulla fragilità dell’uomo.

L’Edizione corretta è un diario che registra i sussulti di un terremoto avvenuto nel suo animo: nei confronti di suo padre lei prova rabbia, vergogna, delusione, pena ma anche amore. Si tratta proprio di una condanna senza appello?
Non si tratta né di condanna senza appello né con appello. Mi è successo qualcosa che non ritenevo possibile. Non avevo trovato nulla nella mia vita che potesse confermare questa "novità" riguardo mio padre. Ma dovevo rendermene conto, ho visto le prove con i miei occhi. Mi sono trovato in una situazione assurda che ho cercato poi di descrivere. Sì, è un diario dove ho osservato la mia isteria, la mia paura, la ridicolaggine, l’ingiustizia. Ero come un bimbo che deve riconoscere con spavento che suo padre è "un altro". Un adulto non si comporta così, non si meraviglia, sa bene che i padri dicono sempre bugie... Anch’io sono un padre.

Nella ex Rdt anche noti scrittori e personalità al di sopra di ogni sospetto sono state spie della Stasi, spesso per ragioni che a noi sfuggono. Su suo padre pesavano le sorti dell’intera famiglia Esterházy: certamente avrà sofferto in silenzio per rendervi la vita meno disastrosa. Non pensa di essere troppo severo nei suoi riguardi?
Severo non è il termine giusto. L’ho già detto, ho descritto senza riflettere su ciò che mi è accaduto, il momento in cui l’ho maledetto, ho descritto me che piangevo il mio dolore. Forse il libro è piuttosto la mia storia, o la storia di questa situazione - e ciò si può intendere come critica o autocritica. Un’istantanea in cui possiamo gettare uno sguardo nell’epoca della dittatura. E possiamo vedere quanto la storia possa essere difficile e pesante.

Nel 1956 l’Ungheria perse tutto, rimase solo la pura sopravvivenza. Anche il comportamento della società è andato giù.
In tempi così l’individuo è solo e abbandonato da tutti, e allora tutto è più difficile. Mio padre doveva addossarsi anche un peso storico a causa della sua famiglia: era troppo, e mio padre è caduto. A questo punto parlerei volentieri dei miei immutati sentimenti verso mio padre o della mia gratitudine per tutto ciò che gli devo - ma questi sono i pericoli di cui ho già parlato. Con questo "troppo personale" ho valicato dei confini e ora non so dove mi trovo. Per cui è meglio tacere (o scrivere un libro).

Una domanda diretta: cosa avrebbe fatto al posto di suo padre?
Non lo so. Quando ho finito il libro, ho sperato che non mi facessero mai questa domanda.

Dopo la fine del regime comunista in Ungheria, lei ha affermato che per ricominciare bisogna imparare a essere generosi: lei lo è stato?
Questa domanda, come la precedente, presuppone la mia mancanza di generosità proprio nei confronti di mio padre. Non è questo il mio caso. Inoltre può essere benissimo che io abbia detto così, ma per ricominciare è troppo poco. Sarebbe forse più importante la conoscenza di sé o l’onestà verso noi stessi.
copertina

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