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25 maggio 2017
In Universale Economica
“La letteratura non è il luogo della militanza”. Intervista ad Antonio Tabucchi
di Concita De Gregorio, tratta da “la Repubblica”, 3 dicembre 2005
Diceva che dovendo dichiarare la sua professione non avrebbe mai detto "scrittore", piuttosto "insegnante". Ora che dopo trentasette anni di docenza universitaria il professor Tabucchi è andato in pensione - i due figli ormai adulti e autonomi, più nessuno nella casa toscana di Vecchiano, solo libri, la moglie a Lisbona - dice questo di sé: pensionato. Ride un po´ e pregusta il tempo che lo aspetta in Biblioteca a Parigi, “sono straordinari i francesi: hanno tutto”, alla ricerca di documenti sull´ebreo portoghese del Cinquecento la cui vita "inquieta e luminosa" lo accompagna da decenni: “Uriel da Costa, matematico e filosofo dell´università di Coimbra. Costretto alla conversione e poi pentito, fuggito ad Amsterdam con la vecchia madre, accolto prima come eroe poi scomunicato dai rabbini d´Europa per il suo trattato sulla mortalità dell´anima. Uno spinoziano ante litteram (e d´altra parte Spinoza non è arrivato dal nulla), processato per eresia e condannato ad attraversare la sinagoga tra gli sputi delle donne e dei fanciulli. Vissuto ancora il tempo di scrivere una minuscola biografia in latino, quaranta pagine, infine finalmente suicida”. Ecco, in questo Antonio Tabucchi occuperà il Natale mentre in Italia esce un´antologia di suoi Racconti - è il titolo - scritti lungo dieci anni: un libro sulla cui sobria copertina blu campeggia una foto dell´autore che nasconde col braccio la recente assenza di baffi. Ventisette racconti scritti fra l´81 e il ´91 con appendice di due inediti di questi ultimi anni Duemila. Un´opera retrospettiva, in qualche modo celebrativa.

“Sì lo so cosa mi vuole chiedere. Se per uno scrittore un raccolta non sia una specie di monumento in vita. Però invece a me, a cui hanno sempre detto ‘la tua misura è il racconto’, sembra adesso che questo sia il mio vero romanzo. Più di Sostiene Pereira, che in realtà è un pezzo di vita, il romanzo che ho saputo scrivere è questo: un mosaico, non un affresco. Una storia fatta per pezzi. È come sfogliare un album di foto e capire dopo che c´era lungo tutto quel tragitto un´unità di intenti, un interesse prevalente. È come uscire a fare una passeggiata nella neve tornare in casa e vedere nelle orme, dalla finestra, il senso che ha avuto il camminare”.

Quale strada ha scoperto di aver percorso, rivedendola dalla finestra?
Intanto un´inclinazione rispetto ai personaggi che ho messo a fuoco, trovato o inventato: sono profili di "non vincenti", uomini in cui prevale l´esitazione la perplessità e il dubbio. Poi in filigrana, anche se molti racconti si svolgono altrove, un cammino italiano. In Piccoli equivoci senza importanza ho ritrovato la mia generazione: un terrorista, il giudice che lo giudica e il giornalista che li osserva. I volti non si riconoscono, nella radiografia si vede solo lo scheletro ma è il frammento di un tempo. Vede: pezzi, frammenti. Tasselli di un mosaico. La totalità non è di questo mondo.

Il primo dei due inediti, I morti a tavola, racconta di una spia berlinese degli anni ´50. Come mai Berlino, la Ddr?
I nuovi racconti parleranno del tempo. Di come ci attraversa e come lo attraversiamo. Di cosa è ma soprattutto di cosa non è. Torno al tema dei totalitarismi che esercita su di me una attraente repulsione. Volevo capire come avvenivano le schedature nella Ddr, alcuni funzionari mi hanno aperto gli archivi: c´era una mutua sorveglianza, anche il sorvegliante doveva essere spiato. Una metafora estremamente sgradevole della vita che stiamo vivendo. Guardare ed essere guardati: una vertigine. Il totalitarismo è alla fine sorveglianza, dominio dei cittadini. Per me che ho avuto un´educazione libera, un´infanzia felice, un nonno anarchico, una dimensione di totale laicità è stato per lungo tempo un enigma, ma ho infine compreso che l´inclinazione umana è questa: gli uomini vogliono essere guardati, possibilmente dall´alto. Se nessuno lo fa inventano qualcuno. Vogliono essere sorvegliati, e spesso anche puniti.

Nel secondo inedito, Il penoso caso del signor Silva da Silva e Silva, se la prende con gli psicanalisti divertendosi come un ragazzino.
Come uno che abbia buttato una bombetta puzzolente al mercato, sì. Ma per carità, gli psicanalisti sono un pretesto, non ce l´ho con la psicanalisi: l´ho usata metaforicamente per indicare, di nuovo, coloro che legano se stessi perché hanno bisogno di una prigione. Questa esigenza di darsi un´autorità esterna. Anche dei doveri: quelli che dicono "devo", "mi corre l´obbligo di", quelli che fanno della propria visione del mondo una gabbia in cui chiudersi. Persino "la mia famiglia mi impone di", il mio lavoro, il mio analista, il mio credo. Ecco, questo voglio dire: non ce n´è nessun bisogno. Non esiste recinto che non si possa aprire. Nella vita quotidiana e in quella sociale, nella politica: uscire si può.

Cosa pensa della letteratura militante, del rapporto fra impegno e letteratura?
L´unico impegno di uno scrittore dovrebbe essere quello di essere sincero con se stesso, con le sue emozioni. In generale un romanzo o un racconto non mi sembrano il luogo della militanza. Ci sono i giornali, volendo, su cui illustrare le proprie posizioni.

Trova interessante la nuova generazione di scrittori italiani: Parrella, Piperno, Buttafuoco?
Non ho letto nessuno di questi. Leggo filosofia, poesia e, come direbbe Berlusconi, i classici. In genere evito i "casi letterari". Vedo che sorgono come funghi e muoiono subito. In genere aspetto, se sopravvivono leggo. Ho un´istintiva attrazione per gli scrittori autentici, animati da una vera forza, da un´urgenza: tra i più giovani ho apprezzato Riccarelli, Ammanniti. I fenomeni di una stagione sono spesso costruiti ad arte dal mercato editoriale: i cannibali sono spariti, i minimalisti se li è portati il vento. La letteratura dovrebbe partire dall´intenzione di essere massimalista.

I due racconti del Duemila - i due sul tempo - preludono a una raccolta. E´ a questo che sta lavorando?
Senza fretta. Sono un ruminante. Tengo le storie in lunga incubazione, poi le scrivo in fretta. Specialmente d´estate, meglio se di giorno. Ho in mente le storie già concluse, aspetto che arrivino sulla carta. Intanto, ora che sono un pensionato, posso dedicarmi a quello che per tutta la vita non ho avuto tempo di fare. Andare di più a teatro: ho appena visto a Torino un eccezionale Paolo Ferrari nel ruolo di Pereira. Inseguire Uriel da Costa, anche.

Ha tradotto la Microbiografia latina?
Sì, il libro è già pronto, credo di pubblicarlo in Italia. Devo scrivere la prefazione. E´ una storia straordinaria di minoranze ed eresie, di re cattolici non particolarmente lungimiranti e di ‘estranei´ cacciati perché ebrei, musulmani. Di vite coerenti ma destinate al suicidio. Di sacerdoti pronti alla condanna. Capita ancora sovente, no?.
copertina

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  La scheda autore di Antonio Tabucchi
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  “La letteratura non è il luogo della militanza”. Intervista ad Antonio Tabucchi
  Conversazione con Antonio Tabucchi
  Le voci di Tristano raccontate da Tabucchi. Intervista all’autore di Tristano muore

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