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5 dicembre 2021
In Universale Economica
Notte nel deserto. Intervista ad Amos Oz
di Wlodek Goldkorn, tratto da “L’espresso”, 21 dicembre 2006
Atef è una guida beduina dei soldati israeliani che pattugliano il deserto, frutto dell’invenzione di Amos Oz. Ed è il vero, sorprendente protagonista, di Non dire notte, affascinante romanzo dello scrittore israeliano in odore di Nobel. Atef, nonostante nel libro se ne parli solo in un brevissimo capitolo, è la metafora del rapporto tra gli ebrei tornati dalla varie diaspore in Palestina per costruirsi uno stato e un avvenire, e la natura che li circonda, che fa paura, cui rimangono estranei, perché gli ebrei sono estranei a ogni luogo, dice Oz, e soprattutto al deserto. Non dire notte è ambientato a Tel Kedar, una piccola cittadina immaginaria ai bordi del deserto di Negev, lontana dall’atmosfera frenetica e leggera di Ed Aviv, ma anche dalla pesante, materiale spiritualità di Gerusalemme.
In realtà Tel Kedar assomiglia molto ad Arad, luogo in cui Oz vive da oltre vent’anni, città di appena 30 mila abitanti, a una quarantina di chilometri da Beer Sheva, capitale del Negev”. Da Arad ci sono solo tre autobus al giorno per Tel Aviv, e ad Arad le automobili sono poche e viaggiano lentamente. Nel piccolo centro cittadino si vedono molti immigrati russi e qualche beduino. Non si vedono, invece, all’edicola, giornali in ebraico, ma tante riviste in russo. La tv al bar trasmette in romeno. Su una panchina due anziani parlano ungherese. Le strade sono intestate per lo più agli antichi re d’Israele. Una agli zeloti che sfidarono i romani (Masada è a due passi). In via Moab, nella parte nobile della cittadina, c’è un punto d’osservazione sul deserto. E un paesaggio primordiale tutto rocce e niente vegetazione. che spala sul Mar Morto e, lontano, sui biblici monti del Moah. Ed è qui vicino, in rekhov Nof, via del Paesaggio, che vive e lavora Oz.
“Da più di vent’anni, ogni mattina presto, prima di cominciare a lavorare faccio una passeggiata a piedi nel deserto e osservo il paesaggio”, confessa in questa intervista a “L’espresso”, “poi torno nel mio studio”. Uno studio spartano: libri, una vecchia scrivania, due poltrone e un divano, scomodi e lisi, un gatto di nome Freddy, nel seminterrato di una modesta villetta. “Ascolto alla radio il notiziario, e quando sento un politico dire la parola ‘mai’ o ‘sempre’, penso alle pietre che ridono nel deserto”.

Parliamo allora del deserto, signor Oz.
Il deserto è il luogo dove mi pongo le domande elementari, sul senso intimo e ultimo delle cose che faccio. Nel deserto non c’è rifugio: con uno sguardo si vede tutti, a differenza del bosco in Europa, dove ogni albero può nascondere qualcosa. Ecco perché il deserto è il luogo della rivelazione: un posto dove tutto è svelato.

Ha detto che dopo una passeggiata nel deserto i politici la fanno ridere.
Perché il deserto è l’eterno contro il passeggero. E qui le nostre parole quotidiane assumono un altro senso, o forse lo perdono del tutto. Il deserto permette di fare quell’esperienza che Freud chiamava “il sentimento cosmico”. Il deserto, infatti, è l’epifania dell’uno e assoluto. Il deserto è monoteista non pagano.

Essere monoteisti è una scelta difficile.
Lo accetto volentieri. Del resto sto qui per scelta.

Qui ad Arad o in Israele?
In ambedue i luoghi

Lei è ateo, come molti pensano, o crede invece in Dio?
E una domanda troppo intima.

E allora parliamo del libro. Non dire notte è in apparenza, ma solo in apparenza, un romanzo minimalista: un uomo 6Oenne Theo, una donna 45enne Noa. E la loro quotidianità: il rumore dei tubi dell’acqua e dell’ascensore. Perché gli scrittori israeliani, e lei in particolare, amano così tanto parlare della vita quotidiana?
Sono un uomo domestico e uno scrittore casalingo. Se mi chiedesse di descrivere in una parola sola il soggetto dei miei romanzi, ti risponderei: le famiglie. Se mi chiedesse di farlo in due parole, direi: famiglie infelici. Se mi chiedesse di farlo in tre parole, la inviterei a leggere i miei libri. La famiglia è il soggetto più interessante, misterioso, paradossale, surreale, comico e tragico che esista. Non capisci su che cosa altro si possono scrivere romanzi.

Lei vive nel luogo dove sono concentrate tutte le contraddizioni politiche, storiche, culturali, religiose del pianeta. E poi parla di famiglia?
Prima di tutto, la famiglia è il microcosmo del mondo. E poi, qui da noi, non esiste una netta linea di separazione tra storia, vita pubblica e le cose intime. Da noi, una donna dice: il mio primogenito è nato una settimana prima della guerra dei Sei giorni, il secondo ai tempi della visita di Sadat a Gerusalemme, mentre mio marito si era ammalato durante la prima guerra del Libano. Ecco perché anche in politica adopero categorie della vita familiare: parlo di un “divorzio consensuale” dai palestinesi, o di una casa “bifamiliare”.

Nessuna differenza tra il pubblico e il privato?
Una differenza c’è. Quando voglio mandare al diavolo il governo. scrivo un articolo e dico: cari ministri andate al diavolo, non spreco un romanzo.

Nel le prime pagine di Non dire notte lei racconta che Noa, la protagonista, insegna l’ebraico al liceo. Le piace Bialik, poeta ebraico del Novecento, e il russo dell’Ottocento Lermontov. «Bialik è la Bibbia, Lermontov sono i sentimenti. Perché questi due binari? Sono simbolo di Israele?
Sì. E sono le origini di Noa. I suoi genitori vengono dalla Russia, lei è nata in Israele e cresciuta con la Bibbia, come tutti noi qui.

Cosa rimane della diaspora in Israele?
Non c’è una diaspora, ce ne sono tante. Tutte quante continuano a vivere, a modo loro, a Tel Kedar, dove abitano immigrati da 30 paesi. Ognuno porta il suo passato e i traumi che ha subito. Noi, in Israele, non veniamo dal nulla, non siamo “nati dal mare” come voleva Moshe Shamir (scrittore che teorizzava, negli anni ‘40, la rottura fra il nuovo israeliano e il vecchio ebreo diasporico, NdR).

Parlando dei traumi, Noa dice “dimenticare per perdonare è un insopportabile cliché”. Anche lei pensa così?
Io penso che è impossibile dimenticare. ma si può perdonare. Nel perdono è insito un paradosso. Chi perdona vuole che il suo gesto non cada in oblio, che venga anzi ricordato. Allora perdonare è come chiedere credito. Nel mio romanzo il perdono è parte del gioco tra Theo e Noa, concedono perdono l’uno all’altra. E poi chiedono perdono per aver perdonato.

Non è solo un gioco tra due persone che convivono...
Ho scritto un romanzo minimalista, non un saggio di teoria generale. Ma il paradosso di cui ho parlato vale pure per i rapporti tra due popoli costretti a convivere.

Ha detto che non si può dimenticare. Ma senza l’oblio non c’è vita né futuro.
Le racconto una storiella. Chiedono a un ebreo: perché sei venuto in Israele? E l’ebreo risponde: per dimenticare. Dimenticare cosa?, gli chiedono. L’ho dimenticato risponde. Il primo oblio è buono, il secondo no. Occorre dimenticare, ricordando cosa hai voluto dimenticare, e perché. A questo punto, serve una precisazione.
Prego.
Non dire notte è un romanzo costruito su quello che io chiamo dialogo solitario. Siamo capaci di parlare con l’altro soprattutto quando l’altro non e nella stessa stanza. Noa e Theo si dicono le cose più importanti mentre l’altro è assente e quindi non è capace di ascoltare.

È un’altra regola che vale pure nei rapporti tra israeliani e palestinesi.
Certo. Tutto quello che dico della famiglia e della coppia lo si può applicare alla politica e ai rapporti tra i popoli o tra Ehud Olmert e Abu Mazen. E la condizione umana. La differenza è che nei rapporti di coppia il lato comico spesso prevale su quello tragico.

In Non dire notte l’uomo è passivo, annoiato, mentre la donna è attiva ed entusiasta. È uno schema ricorrente nei suoi romanzi.
È vero. In questo caso ho voluto costruire un gioco di specchi. Lei si impegna in un progetto, costruire un centro di riabilitazione per i tossicodipendenti, dopo che un suo allievo è morto drogato. Più lei si impegna, più lui si fa coinvolgere. Ma quando lui si fa coinvolgere, lei perde l’interesse, e quando lei perde l’interesse, lo perde pure lui: lui è interessato solo a lei, lei vuole il progetto. E un balletto erotico
.
In cui lei ha l’iniziativa. La prima volta che fanno all’amore è perché lei gli dice: basta con il
corteggiamento inconcludente, ora si fa sul serio.

Sì, e così. In tutto il libro lei vuole che lui faccia sul serio, ma quando finalmente lui si interessa a qualcosa, lei si spaventa, perché ha paura di perderlo.

Cos’è l’amore?
Un paradosso: l’amore un sentimento nel contempo altruistico ed egoista. [egoismo sta nella gelosia, nel fatto che vogliamo che l’altra persona abbia solo l’interesse per noi. Però si è disposti a fare sacrifici pur di rendere l’altro felice. Ecco l’ossimoro: l’amore è un altruismo egoista.

Si ha l’impressione che lei sia molto più interessato alle donne che non agli uomini.
Sono un maschio.

Non era una domanda sul suo còté erotico o sulle scelte sessuali.
In Una storia d’amore e di tenebra racconto come mio nonno, che era molto sensibile al fascino femminile, all’era di 92 anni (io ne avevo 36) mi disse: “Sei maturo perché ti parli delle donne”. E poi: “Vedi, le donne per certi aspetti sono come noi, per altri sono diverse da noi. Ma sto ancora lavorando per capire quali sono le diversità”.
È la mia situazione attuale.

Torniamo al libro. Atef, il beduino che annusando il vento capisce tutto del deserto, è la guida dei soldati israeliani. Ma i soldati lo chiamano Notte e hanno paura di dargli il fucile. È la paura esistenziale degli israeliani costretti a diffidare dell’altro e perfino del paesaggio?
Atef è parte del deserto. E i soldati sono attratti da lui, vogliono essere come lui. ma lo temono. Quando si ha paura dell’altro, si teme in realtà la propria ombra.

È il gioco tra coloro che sono arrivati da fuori, gli ebrei, e chi è da sempre parte del luogo, gli arabi?
Atef essendo parte del deserto, e quindi dell’ordine cosmico, svela la loro paura, la loro anomalia. Gli ebrei sono in genere portatori di disordine, non di ordine.

Quando finirà?
I popoli qui hanno capito che l’unica soluzione sono due Stati. Nessuno ne sarà contento, nessuno penserà che giustizia sarà fatta, ma sarà cosi. I politici ci arriveranno e i deniagoghi come l’iraniano Ahmadinejad non mi spaventano più di tanto. Nel deserto ci si confronta con le cose eterne. Tra qualche centinaio di anni anche noi saremo parte del paesaggio, come Atef.
copertina

Non dire notte
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  La scheda autore di Amos Oz
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