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5 dicembre 2021
In Universale Economica
Voglio essere una donna. Intervista ad Amos Oz
di Manuela Dviri, tratta da Vanity Fair, marzo 2007
Il deserto in fiore vive in fretta e torna a essere se stesso ancora prima dei primi caldi. Succede solo per due, tre settimane l’anno, di solito a febbraio, e può capitarti di vedere i wadi riempirsi d’acqua e diventare, per alcune ore, torrenti. Oggi, mentre lo attraverso per arrivare ad Arad, nel cuore del deserto, da Amos Oz, l’aria è trasparente e fresca, e sulle colline verdissime scorazzano beduini a cavallo.
“Siamo venuti a vivere qui tanti anni fa, quando mio figlio aveva sette anni e soffriva d’asma. Ci avevano detto che l’aria del deserto gli avrebbe fatto bene, che avrebbe respirato meglio. Adesso lui vive a Tel Aviv, respira benissimo, e noi siamo ancora qui a goderci questo silenzio, questa tranquillità”: così Oz, quello che io ritengo essere il più grande scrittore israeliano vivente, mi spiegherà la sua presenza in una città di provincia di appena trentamila abitanti nel cuore del deserto.
Oz, nonostante i segni degli anni ancora bellissimo e affascinante come ai tempi di Michael mio (era il 1968), mi apre personalmente la porta di casa, una villetta a schiera color zafferano di una sobrietà disarmante, circondata da un fazzoletto di giardino in cui miagola un gatto nero con gli occhi gialli, e mi accompagna nel suo studio, un seminterrato ricoperto di moquette, le pareti completamente tappezzare di volumi allineati in una libreria di metallo come quelle che usavano una volta nelle scuole, sul divano un gatto bianco e grigio che apre un occhio e torna a sonnecchiare (sorride Oz: “E lui il vero padrone di casa”).
In bagno, appena dietro la porta, è incorniciato sopra il water un articolo dal titolo Non comprano il mio libro, per questo rubo...; sulla scrivania, accanto al computer, intravedo la sua foto coi genitori, la madre bellissima e sorridente, il padre serio, gli occhi nascosti dietro le spesse lenti degli occhiali, e un Amos bambino in giacchetta e camicia che guarda dritto davanti a sé. L’occasione del nostro incontro è l’uscita, in Italia, del suo romanzo Non dire notte, storia di una coppia, Theo e Noa, sessantenne lui, di quindici anni più giovane lei, che vive a Tel Kedar, sperduta cittadina del deserto del Negev (“molto più piccola di Arad”, precisa Oz, “non più di 9 mila abitanti”). La vita dei due, che non hanno figli, riceve un’improvvisa scossa quando Noa s’innamora dell’idea di costruire un centro di riabilitazione per giovani tossicodipendenti, in memoria di uno studente, Immanuel Orvieto.
“Che cosa l’ha colpita del libro?”, esordisce Oz con una domanda, rivelandomi la sua famosa voce profonda e lenta, modulata come un flauto, scandita con dizione meticolosa e perfetta, eppure austera, quasi didattica, una voce da grandi eventi che è anche la sua voce quotidiana, quella con la quale mi offrirà, a fine incontro, un caffè.
Malgrado le sue straordinarie capacità comunicatrice, Amos Oz rimarrà, durante tutta l’intervista, introverso fino allo spasimo, contenuti e attento, un artista e virtuoso conoscitore di parole, che sembra avere sempre a portata di mano, lucide e perfette, infilate come perle in un suo personale filo associativo, pronte per l’uso come i libri della sua biblioteca.

Mi ha colpito il suo modo di entrare nel personaggio di Noa. Come fa a Capire ciò che prova una donna?
Scrivo di donne da tutta la vita. Sono affascinato dalle donne, e non solo come uomo. Darei un anno della mia vita per poter essere, di tanto in tanto, una donna. In molti libri anche in Michael mio mio, anche in questo stesso libro, ho scritto dal punto di vista di una donna, sperando di sapere quello che non saprò mai: che cos’è essere donna.

Mi parla di Non dire notte?
È un libro minore, intimo, una musica da camera. Non tratta del destino del popolo ebraico, di coloni, di guerra, di Mossad o di conflitto israelo-palestinese, bensì dell’Israele che non appare alla Cnn: parla d’amore, gelosia, passione, morte. Di gente che vuol fare qualcosa di buono, fare del bene – tema molto raro in letteratura – e poco importa se lo fa in piccolo, in una città di provincia. Tratta di piccole cose che rimarranno anche quando i grandi eventi saranno dimenticati. Al centro del romanzo c’è il progetto del centro di riabilitazione. All’inizio Noa ne è entusiasta, ma quando Theo, geloso, comincia a interessarsene e a cercare di aiutarla, lei perde ogni interesse. E se Noa perde interesse, alla fine lo perde anche Theo, nella classica e infinita commedia dei rapporti tra un uomo e una donna. È una storia d’amore non più di colore rosso o rosa, ma grigio o azzurro (come il colore degli occhi dell’autore, ndr). Di vite di gente spaesata, e sullo sfondo un coro greco di pettegolezzi di provincia, una cittadina alla fine del inondo, e un deserto antico, indifferente, vinco, né morto né vivo, che fa da personaggio a sé.

Un deserto senza speranza?
Il deserto si apre solo quando s’impara a fare dei compromessi – altro tema raro in letteratura – senza ferite, senza offendere, senza sembrare ridicoli; quando si cerca di fare del bene, anche nel piccolo, anche senza grandi pretese, e in questo senso il libro è anche politico.

Ma l’intellettuale può “fare del bene”?
Parlo per me stesso. Sono un uomo di parole. Mi alzo la mattina, prendo un caffè, faccio una passeggiata e poi sono qui, tra i miei libri, a scrivere e a leggere, a scegliere parole. Nel mio mondo non entra neanche la Tv. Sento responsabilità per le parole e ho orecchio per quelle false. E perciò pubblico le mie opinioni solo quando sento che sono state dette o usate parole false; quando si parla più di elementi che di persone; quando si parla dell’altro come di un parassita, e si finisce per trattarlo come tale. Una delle capacità intrinseche agli scrittori è essere di volta in volta uomo, donna, bambino. Immaginare, capire ciò che prova l’altro, entrare nei suoi panni.

Le sue opinioni hanno aiutato, aiutano, a cambiare la realtà?
Come si fa a saperlo? Come si fa a capire perché uno va al ristorante e ordina pollo e poi improvvisamente cambia idea e ordina pesce? Il tipico israeliano, specialmente il maschio, non dice comunque mai che ha cambiato idea. Se cambia idea, dice che lo pensava anche prima. Che ero io che non avevo capito bene. È comunque io direi quello che dico anche se non contasse e non servisse a nulla. E continuo a farlo.

Che sogno ha per il futuro di Israele?
Che non si parli più di noi nelle prime pagine, bensì in quelle dell’arte, della cultura, della musica.

Non crede che qualcosa sia cambiato in questi anni?
È cambiato molto. E soprattutto è cambiato il modo di pensare dei due popoli. L’80 per cento di israeliani e palestinesi vuole la pace. L’hanno capito quasi tutti che alla fine ci saranno “dite popoli e due Stati”. Purtroppo se il paziente è pronto per l’operazione, il politico è un chirurgo che ha paura di iniziare a farla.

A qualcosa quindi saranno pur servite le parole.
Non ne avremo mai la prova. Realisticamente direi che di sicuro sono servite molto le dure sferzate di realtà di questi anni.

Lei è famoso nel mondo e i suoi libri sono stati tradotti in moltissime lingue. In Italia ha grande successo, assieme a molti altri scrittori israeliani. Come se lo spiega?
È vero, gli scrittori israeliani hanno grande successo. Non solo in Italia, in tutta Europa, e siamo tradotti anche in Cina, pensi. E in Italia, sì, siamo particolarmente amati. Non credo che questo abbia a che fare con la guerra. Di guerre ce ne sono tante... non rimane che chiedersi perché in un certo momento e in un certo luogo l’arte fiorisce e in altri momenti e in altri luoghi no. Mistero. Alla fine, naturalmente, l’unica risposta logica è quella più ovvia: abbiamo bravi scrittori.

Posso suggerirne un’altra? Che forse i due popoli, gli israeliani e gli italiani, un po’ si assomigliano.., che un Israele in pace assomiglierebbe molto all’Italia. E viceversa.
Mi sembra un’ottima osservazione. La scriva.

Una domanda personale. Può immaginare la sua vita senza la scrittura?
No..

E se nessuno la leggesse?
Scriverci ugualmente. Devo.
copertina

Non dire notte
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