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5 dicembre 2021
In Universale Economica
Sul viale del tramonto. Intervista a Umberto Galimberti
di Isabella Mazzitelli, tratta da “Vanity Fair”, dicembre 2007
I giovani? Stanno male e non sempre lo sanno. Il futuro appare loro più come un’inprevedibile minaccia che come una promessa”. Umberto Galimberti, classe 1942, filosolo e psicoanalista che insegna Filosofia della Storia e Psicologia dinamica all’Università di Venezia, ha scritto per il saggio L’ospite inquietante. Un malessere culturale permea tutta la società. Da un punto di vista diverso, gli economisti Boeri e Galasso e il filosofo Galimberti dicono la stessa cosa: “E’ come se lo sguardo senile della cultura occidentale non avesse più occhi per la condizione giovanile. È aver sprecato la massima forza biologica e ideativa di cui una società dispone”.

Perché ai ragazzi, che con le loro energie dovrebbero sentirsi padroni del mondo, il futuro sembra pericoloso?
Fino a 40 anni fa la società era ripetitiva, prevedibile: le nuove generazioni ripercorrevano le strade dei padri o esaudivano i loro desideri perché gli intenti erano praticabili. Oggi non è più così, e la cosa più tremenda è constatare come i giovani si raccolgano nel presente, senza progetti. Questo per i più bravi: gli altri vivono in quel misto di disperazione-divertimento eventualmente accompagnato da alcol e spreco del tempo. Ne hanno tanto, di tempo: in passato un ragioniere a 18 anni s’impiegava, oggi fa l’università e magari un master... Credo che una società che non utilizzi il massimo della sua forza biologica, quella che va dai 15 ai 30 anni, veda inevitabilmente il suo tramonto.

Perché parla di nichilismo?
I valori hanno perso valore, il che non è necessariamente un male: la storia da sempre va avanti così. Il male, oggi, è che non ce ne sono di nuovi: il denaro è l’unico generatore simbolico di valore. E poi l’apparire è la condizione dell’esistere, ciò che dà la percezione di essere vivi, Infine: sono collassati i tabù, di cui l’uomo ha bisogno, e questo è tremendo. Superato quello della sessualità, il limite da infrangere è diventato la droga. C’è poi da tener conto che viviamo nell’età della tecnica, parole d’ordine efficienza e velocità. Non si deve e perder tempo: se dopo tre volte che esci con qualcuno che ti piace non hai fatto sesso, passi da sfigato, o da omosessuale. Ciò determina il collasso dell’emotività. I ragazzi sono emotivamente apatici.

Che cosa vuoi dire?
Analfabetismo emotivo: non c’è più risonanza dei propri gesti, la psiche è apatica, è come se non fosse più in grado di percepire il bene e il male. Alcuni omicidi efferati degli ultimi tempi ne sono un esempio; ma senza arrivare a questo, come giudicare chi riprende con il cellulare e mette in rete la scena della ragazza morta sotto al pullman?

Lei punta il dito su vari colpevoli. Ne scegliamo due fondamentali: la famiglia e la scuola. Perché colpevoli?
La famiglia oggi è caratterizzata dalla mancanza di dialogo emotivo. Due i fallimenti evidenti: coi figli piccoli si scambiano giocattoli, l’amore passa attraverso le cose, anziché lo scambio affettivo e il tempo trascorso assieme. che consentono la creazione di un “nucleo caldo”. Il secondo: i giovani sono diventati contrattuali, e la contrattazione - ti compro il motorino se ti fai promuovere - è la fine dei padri, dell’autorità. Ma è anche un’ipoteca sul futuro: che cosa vuol dire impegnarsi soltanto per il futuro che appare alla vista?

Alle mamme che lavorano e cercano di tenere tutto insieme lei dice che quella della “qualità” del tempo che si passa coi figli — più importante della “quantità” — è una bufala.
Bisogna davvero cominciare quando i figli sono piccoli a creare la fiducia di base, quella sorta di “nucleo caldo” cui accennavo prima: l’amore di sé, cioè l’autostima, così importante per affrontare la vita, è lo specchio dell’amore che un bambino ha ricevuto dalla nascita.

E la scuola?
È il luogo delle occasioni perdute. Gli insegnanti si lamentano di fere a che fare con genitori e figli terribili: può darsi. Ma dai 13-14 anni i figli non hanno più come referente la famiglia, il pallino è nelle mani della scuola. E per educare ci vogliono amore, fascinazione, carisma. Un buon professore è in grado di coinvolgere, di catturare e direi perfino di plagiare gli studenti: perché la loro “buona volontà” viene innescata dal carisma, ed è l’amore che scatena l’intelligenza. Lo studio viene solo dopo, per compiacere l’oggetto dell’amore, ossia l’insegnante bravo.

Lei affronta anche il capitolo droghe. Perché i giovani le usano tanto?
Per astenersi dal mondo. Anestetizzarsi. Se il mondo non s’interessa a me, ne sto fuori. Sto con gli amici, supplenza di quel famoso “nucleo caldo” che non è stato costruito in famiglia.

Una sintesi: che fare?
Non ho alcuna speranza per il futuro, perché alla cultura europea sta subentrando quella americana, che — rispetto all’istruzione, per esempio — ha tempi e modi educativi di una scuola a basso livello. In cambio promuove competizione e individualismo sfrenati, ed esasperazione della performance.

Che cosa pensa dei cosiddetti bamboccioni?
Mi pare che la loro condizione sia di necessità. Quelli che escono di casa possono farlo perché hanno alle spalle famiglie che li sistemano, che magari comprano loro un appartamento con i risparmi, invece di investirli in altro modo: in un certo senso, la ricchezza di alcuni erode la ricchezza dei Paese.
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L'ospite inquietante
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