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Risultati: in rosso i libri; in nero gli autori
15 gennaio 2021
In Universale Economica
“Fondamentalista è chi si nega al dialogo”. Amos Oz sull’invito a boicottare la Fiera del Libro di Torino.
È appena rientrato ad Arad, la cittadina nel deserto del Neghev dove abita da molti anni. Quando scrive, Amos Oz non si sposta più in là dell’orizzonte di colline nude che accompagnano la sua passeggiata mattutina, puntualmente a ridosso dell’alba. Lui dice che il deserto gli insegna ogni volta qualcosa di importante, che qui in mezzo al niente si misura meglio che altrove il tempo che passa. Ma questa è per il grande scrittore israeliano una stagione “errante”, di viaggi, di impegni da dedicare ai lettori sparsi per il mondo. Nei prossimi mesi sarà in Francia, in Russia, in Italia. L’ultimo suo libro è appena uscito Oltralpe con il titolo Vie et mort en quatres rimes. Fra qualche settimana, in tempo per essere “celebrato” alla Fiera del Libro di Torino, apparirà anche in italiano, come di consueto per l’editore Feltrinelli.
La voce di Oz è pacata e solida come sempre: non si scompone di mezzo tono. A dispetto della vita relativamente movimentata di questo periodo, a dispetto degli “scottanti” argomenti di cui si chiacchiera. Non è freddo aplomb, il suo. Non è neppure indifferenza. Amos Oz non è minimamente turbato dal polverone intorno alla Fiera di Torino, per ragioni più serie e profonde.

Amos Oz, che cosa pensa delle proteste di cui è bersaglio la Fiera del Libro di Torino, per il semplice fatto di avere scelto per quest’anno Israele come paese ospite?
Che cosa penso? Che esistono delle persone così. Fedeli al principio di ”o tu o io”. Ma credo anche che la maggior parte degli uomini abbia una mentalità diversa. È tutta solo questione di essere aperti o no al prossimo. Il discorso è più semplice di quanto non si possa immaginare, in fondo. C’è chi accetta gli altri ed è disposto a parlare con loro. E chi no. Tutto qui.

Il boicottaggio di una fiera del libro è il punto di partenza, ma in fondo anche di arrivo, della negazione. Rifiutare il terreno della letteratura significa veramente non accettare il presupposto stesso della parola: la sua natura di comunicazione. Che cosa ne pensa, in quanto israeliano e scrittore?
Che non fa per me raccogliere le provocazioni. Non discuto con questo genere di mentalità, che esclude a priori di discutere con me. Come si fa? Vede, la provocazione non mi interessa per una ragione di fondo: perché abbatte la possibilità stessa di un confronto. E prima ancora, perché si pone nella condizione di non ascoltare, che è invece il presupposto fondamentale della conoscenza, della convivenza.

Tariq Ramadan, l’intellettuale arabo-svizzero ospite l’anno passato della Fiera di Torino, ha appena dichiarato che questa edizione, con la presenza di Israele in veste di paese ospite, è da evitare.
Dica quel che vuole. La sua dichiarazione non riguarda né me né gli scrittori, i lettori e soprattutto i libri che verranno alla Fiera. E saranno tanti sicuramente. Il mondo è fatto di persone così tanto diverse fra loro, che non sento il bisogno di parlare con chi rifiuta a priori il dialogo con me. Questo genere di persone non mi riguarda.

Amos Oz, lei ritiene che la letteratura sia un territorio privilegiato, con delle regole proprie, delle leggi specifiche? In tal caso, questi inviti alla censura di libri e scrittori solo perché vengono da un certo paese, nella fattispecie Israele, risultano secondo lei ancora più gravi proprio perché sono sul terreno delle parole?
Guardi, molto semplicemente io ritengo che l’unica regola della letteratura sia il confronto. Non mi riferisco soltanto al dibattito culturale o letterario in senso stretto, a libri e scrittori seduti a una tavola rotonda. Intendo qualcosa di più generale e basilare.

Quale la sua idea di letteratura?
La letteratura è dialogo per antonomasia: dello scrittore con il mondo. Con i personaggi che crea sulla pagina. Dei lettori con lo scrittore. Dei lettori con i personaggi e le storie che essi trovano sulla pagina. È un continuo scambio di conoscenze ed emozioni fra mondi diversi. Distanti. Irraggiungibili a vicenda, se non sulla pagina scritta. E allora, come si fa a boicottare un libro o una letteratura, solo perché viene da un certo paese? Tutto ciò, secondo me, va contro l’essenza stessa di letteratura. Di ogni letteratura, non importa da dove venga. Non riesco proprio a capire cos’abbia in testa chi esclude questo dialogo: in fondo non ci provo nemmeno perché la battaglia è perduta in partenza, perché con il fondamentalismo, anche quello armato di parole, non c’è via di uscita. Il confronto è possibile solo con chi accetta l’idea stessa del dialogo. E rifiutare una letteratura, qualunque essa sia, significa rinunciare a priori al dialogo.

Sulla questione Fiera del Libro leggi anche una lettera di Suad Amiry, e gli articoli di Marco D'Eramo e di Michele Serra.
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  La scheda autore di Amos Oz
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  Nella terra di Oz. Intervista allo scrittore israeliano
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