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19 giugno 2019
In Universale Economica
"Come i nazisti hanno vinto la guerra". Intervista a Kevin MacDonald
Ha considerato l’ipotesi di farne un film di fiction?
Assolutamente no. Era la realtà di questa storia a essere straordinaria, il fatto che queste cose sono veramente accadute, e ci sono documenti che lo provano.

Qual è il potenziale cinematografico di questo soggetto?
Il fatto che si tratta di una storia enorme, sotto il profilo temporale e geografico, che possiede l’ampiezza e la profondità di un grande film.

Nei suoi precedenti documentari, tra cui quelli su Eric Campbell, Howard Hawks, Donald Cammell e Mick Jagger, lei provava empatia per questi personaggi. È stato molto difficile lavorare su un personaggio mostruoso come Klaus Barbie? Qual era la sfida per lei?
Può risultare difficile svegliarsi al mattino e pensare di dover passare la giornata con un torturatore nazista. Ma io ho vissuto la stessa esperienza lavorando a L’ultimo re di Scozia. Si arriva al punto di applicare il senso dell’umorismo anche su un argomento del genere. D’altronde, è l’unico modo per difendersi.

Nel film, lei rivela che Barbie non era soltanto “il macellaio di Lione”, ma che ha condotto tre vite violente in tre continenti diversi. Questo aspetto della sua vita non è molto conosciuto. È stata una scoperta anche per lei?
Io ho scoperto molte cose su Barbie grazie al meraviglioso documentario di Marcel Ophüls, Hôtel Terminus. Ma ciò che per me è risultato una novità era la vita di Barbie in America Latina, compreso il suo coinvolgimento con la dittatura militare del luogo e con la CIA. Il fatto che lui ha continuato a svolgere lo stesso lavoro per tutta la vita è stata una scoperta straordinaria.

Queste tre vite sono coerenti tra loro o non hanno alcun legame? Secondo lei, qual è la più enigmatica?
Personalmente, ero meno interessato alle attività di Barbie durante la guerra, perché sono state raccontate un po’ ovunque. Alla fine, la parte che mi ha interessato maggiormente era il mondo sconvolto del dopoguerra, quando improvvisamente gli ex nemici, i nazisti, sono diventati degli alleati contro il comunismo. È un periodo storico veramente oscuro. Io sono rimasto colpito in modo particolare dagli eserciti Stay Behind, dei gruppi paramilitari formati dagli americani e dagli inglesi come baluardo contro una possibile invasione sovietica in Europa. Avevano depositi di armi in tutta Europa, e questo è durato fino alla caduta del Muro di Berlino. Nessuno sa molto su queste organizzazioni clandestine. Alcuni governi hanno portato avanti delle inchieste negli anni novanta, ma alla fine non si è scoperto molto.

Lei ha detto che il suo lavoro come regista è legato all’idea dei neorealisti di “catturare la realtà, perché è più incredibile di quanto possiate immaginare”. Perché la vita di una persona come Barbie rientra in questo discorso?
Perché è una storia a cui non crederemmo se fosse un film di fiction. Non si potrebbero mai inventare questi dettagli straordinari, come il fatto che Barbie, in America Latina, assunse un nome falso prendendolo in prestito dal rabbino del villaggio in cui era cresciuto. In una pellicola di fiction, risulterebbe volgare e falso.

Il suo film racconta una storia bellica molto complessa in maniera semplice. Come ha gestito il materiale esistente (immagini d’archivio e interviste) per raccontare questa vicenda complicata nella maniera più semplice possibile?
Tutto dipende dal montaggio e dal lavoro di semplificazione svolto. Si comincia con il classico ago nel pagliaio, tranne per il fatto che non sappiamo neanche di dover cercare un ago. Tutto quello che sappiamo è che, in questa massa confusa di materiale su una vita condotta in diversi continenti e in cinquant’anni di storia, c’è un film che tenta di venir fuori. Sappiamo a malapena quale sarà la sua forma. Il piacere consiste nel trovare il film e dargli un aspetto, una veste prec

I suoi documentari poggiano su una struttura narrativa molto forte e utilizzano spesso tecniche stilistiche tipiche della fiction. Come lavora sul materiale reale?
Amo la narrazione e vado avanti seguendo il racconto. Penso anche che sia molto più facile portare il pubblico a interessarsi di idee complesse se queste vengono contestualizzate all’interno di una storia forte. Ogni film, che si tratti di documentario o fiction, è un modo per raccontare una storia. Nei miei documentari amo utilizzare tutto quello che ho a disposizione per narrare una storia.

Come ha svolto le sue ricerche? Aveva un’idea generale?
La ricerca è stata decisamente vasta e complessa. Noi non sapevamo dove bisognava cercare per trovare le cose più interessanti. Non inizio mai un documentario con l’idea di dimostrare una tesi, ma lascio che sia il materiale a condurmi per mano. Questo implica necessariamente una quantità enorme di lavoro che, in fin dei conti, e inevitabilmente, non apparirà nel film.

È stato difficile effettuare alcune delle interviste?
Quelle con le vittime di Barbie, in particolare il signor Halaunbrenner, sono state molto dolorose, praticamente impossibili da guardare. Ci si trova davanti a un uomo che ha perduto il padre e le sue due giovani sorelle per colpa di Barbie. Era la vittima per antonomasia.

Come raccontare per immagini un argomento come Klaus Barbie? Come assicurarsi di dire sempre la verità?
Non si può mai dire di conoscere completamente la verità, quindi bisogna affidarsi al proprio giudizio, soprattutto quando si tratta di argomenti legati ai servizi segreti, perché è molto facile perdersi in storie di cospirazione e cose del genere. Tuttavia, in un documentario non si tratta di ricreare la storia, ma semplicemente di utilizzare le proprie fonti e le testimonianze ottenute per raccontare una vicenda. A quel punto bisogna distinguere ciò che è affidabile da ciò che non lo è. È la stessa cosa che accade nel giornalismo. È necessario capire chi mente e perché, non fare commistioni tra fantasia e realtà.

I suoi film sono stati acclamati per la grande suspense che esprimono, un elemento importante anche per Il nemico del mio nemico, nonostante lo spettatore conosca la conclusione della storia, o almeno così crede. Uno degli aspetti più affascinanti del suo lavoro è di riuscire sempre a sorprendere lo spettatore con nuove informazioni. Lei ne è consapevole prima di cominciare a girare? O le scopre a mano a mano, come avviene per lo spettatore che segue il film?
Io le scopro durante questo percorso. Ho l’impressione di trovare la storia nel materiale stesso, ma forse è soltanto il mio modo di valutare quello che ho a disposizione.

È rimasto sorpreso da ciò che ha scoperto durante le sue ricerche su Klaus Barbie? C’è stato qualcosa che le ha fatto cambiare il suo racconto?
Una delle grandi scoperte che ho fatto – e che ha reso eccitante tutto il film – è che Barbie ha ricoperto un ruolo importante nella cattura del Che. Improvvisamente, era possibile vedere con chiarezza il legame tra il Vecchio e il Nuovo mondo. Si poteva notare come Barbie avesse sfruttato le sue conoscenze della Seconda guerra mondiale e le avesse messe al servizio della lotta al comunismo negli anni sessanta. E questo non ha fatto che confermare la mia tesi di partenza: Barbie ha condotto una sola e unica battaglia nel corso di tutta la sua vita.

La figlia di Barbie è spaventosa, e Alexandre Halaunbrenner sconvolgente. Anche se lei tratta fatti reali, pensa che i documentaristi manipolino inevitabilmente il loro pubblico?
Certo! Noi facciamo delle scelte e manipoliamo la realtà, esattamente come farebbe un giornalista. È inevitabile che sia così. L’oggettività nella scrittura o nella regia non esiste. Tutto ciò che sappiamo sul mondo ci arriva da fonti che non possiamo verificare. È il problema dell’epistemologia, fondamentale per capire cos’è un documentario.

Maurice Papon è morto da poco e il suo funerale ha suscitato più di una polemica. Pensa che nella Francia di oggi Il nemico del mio nemico rivesta un significato particolare?
Penso che, come tutte le storie politiche, sia interessante in rapporto alla nostra situazione politica attuale, perché, da questo punto di vista, la natura umana non cambia mai.

Lei una volta ha detto di “essere sempre stato attirato da progetti che portino il pubblico in luoghi nuovi, che facciano conoscere loro dei mondi che non sono familiari, con la speranza che escano dalla sala dicendo che il film ha fatto aprire loro gli occhi”. Su cosa voleva far aprire gli occhi al pubblico? E in che senso questo documentario le ha aperto gli occhi?
Volevo mostrare al pubblico fino a che punto i governi possono essere amorali e pragmatici e quanto la propaganda sentimentale che spesso viene spacciata per storia non è null’altro che una propaganda benevola.

Lei ritiene che ci troviamo in un periodo cinematografico particolarmente politicizzato?
Assolutamente sì, perché assistiamo continuamente ad abusi di potere. Realizzare film politici è un modo per difendersi, un sistema per inserire nella storiografia ufficiale quello che dà fastidio.
copertina

Il nemico del mio nemico
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  La scheda autore di Kevin MacDonald
  “Come i nazisti hanno vinto la guerra”. Intervista a Kevin MacDonald
  La morte sospesa. Estratti dagli extra del DVD

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