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5 dicembre 2021
In Universale Economica
Barenboim, un anno sul podio. Un’intervista
di Angelo Foletto, tratta da “la Repubblica”, 2 dicembre 2008
Il 28 novembre ha debuttato in buca al Metropolitan di New York con Tristan und Isolde; tra una recita e l’altra sarà protagonista al pianoforte, da solo e in gruppi familiar-cameristici (con James Levine, anche), e l’11 dicembre suonerà Interventions per pianoforte e orchestra di Elliot Carter, nel giorno del centesimo compleanno. Alla Scala il "maestro scaligero" Daniel Barenboim passerà il 18 gennaio con la Divan Orchestra, per poi restare al lavoro in febbraio: ripresa di Tristan und Isolde (6 recite, dal 5 al 25) intrecciata con i quattro appuntamenti (12, 16, 22 e 27) del bellissimo ciclo Beethoven-Schönberg che prevede i cinque concerti per pianoforte intrecciati all’opera orchestrale. A fine giugno dirigerà Aida, opera che col Requiem porterà in tournée. Poi il 7 dicembre 2009, Carmen con la regia di Emma Dante.

Maestro Barenboim, il primo anno "scaligero" come lo racconta?
Un anno di sostanza, e felice. Prima di tutto perché sono riuscito a fare Tristan con Patrice Chéreau, un progetto che inseguivamo dagli anni ‘70. E le discussioni di questi anni, attorno alle interpretazioni e implicazioni dischiuse da quell’universo musicale e poetico sono diventate il libro Dialoghi su musica e teatro. Tristano e Isotta [a cura di Gaston Fournier-Facio, Feltrinelli editore; in libreria dal 4 dicembre, ndr.].

Poi c’è stato Il Giocatore, un successo quasi inaspettato.
Un’altra bellissima opportunità. L’opera è poco eseguita ma mi affascinava: e sono stato gratificato che al pubblico sia piaciuta.

È stata anche un’altra dimostrazione del feeling con l’orchestra.
Ho trovato in teatro un’atmosfera e una rara voglia di far musica: con l’entusiasmo che mi aspettavo, e più disciplina di quanto mi aspettassi. Una disciplina alla latina, di livello (come argentino, sono anch’io un po’ latino). Si parla sempre di temperamento latino, ma esiste anche un rigore latino, molto speciale - basta pensare al pensiero di Descartes. Il "nostro" carattere ha coraggio e libertà nel vivere l’entusiasmo senza freni ma concepisce un rigore austero. Volontà e capacità di entrare nel dettaglio dell’orchestra mi hanno davvero colpito.

Il ciclo Beethoven-Schönberg è una delle proposte del 2009.
Credo molto nell’abbinamento: sono grandi autori con qualcosa in comune: hanno saputo -e voluto- concludere ciò che fu scritto prima di loro, facendone una sintesi, e parallelamente hanno guardato avanti. Schönberg ad esempio ha fatto dialogare contro ogni previsione Brahms e Wagner, e poi ha rivelato il futuro.

Perché ha scelto Aida per il suo debutto alla Scala con Verdi?
L’opera mi affascina. Non c’è bisogno di ricordarne la bellezza musicale, e mi attraevano altre idee: il senso dell’esotico, la riflessione sull’aspetto sociale. Ci sono tanti aspetti da meditare.

Senza contare i temi più espliciti.
Certo: il senso del dovere e della patria, l’amore personale, la morte, anzi una relazione tra amore e morte che può essere avvicinato a quello di Tristano. Per sua "sfortuna" l’interpretazione di Aida è stata deviata dagli elementi più spettacolari: l’esotismo, o meglio l’orientalismo visto con gli occhi degli occidentali (imperialisti, forse anche un po’ colonialisti), e le scene di massa in particolare l’hollywoodiano concertato del II atto. Eppure sono convinto che la natura di Aida sia principalmente cameristica: quando Lissner mi ha chiesto un titolo, ho detto Aida, per provare a entrare nella sostanza autentica dell’opera. Non un’Aida in più. Vorrei sfruttare il fatto che l’opera è così familiare per sviluppare aspetti che sono stati lasciati da parte. In questo percorso mi hanno aiutato alcuni documenti: il saggio sull’opera contenuto nel libro Cultura e imperialismo di Edward Said e gli scritti molto interessanti di Wieland Wagner che l’aveva messa in scena a Berlino agli inizi degli anni ‘60. Del resto anche Verdi, per la prima alla Scala volle due cantanti tedeschi: si preoccupava dell’espressione più che dell’italianità del canto.

Non ha mai pensato di trasformare il ruolo di "maestro scaligero" in quello di direttore musicale?
Sarebbe un grande onore, ma non ho il tempo. Sono disposto a dare al massimo di quel che posso, e sono molto soddisfatto di come vanno le cose con la Scala perché lavoro volentieri con orchestra, il coro, le altre masse e la direzione. Ma non riuscirei a fare come vorrei tutto ciò che un ruolo del genere esige.
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Dialoghi su musica e teatro. Tristano e Isotta
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