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Risultati: in rosso i libri; in nero gli autori
5 dicembre 2021
In Universale Economica
Sono una folla. Sono tutte le persone che racconto. Intervista a Erri De Luca
di Stefania Rossotti, tratta da “Grazia”, 4 maggio 2009
Ho conosciuto Erri De Luca pochi giorni dopo la morte di sua madre. Sono arrivata a casa sua per parlare di un libro (il suo, l'ultimo, n giorno prima della felicità, FeltrineIli) e mi sono trovata dentro a un dolore. Volevo andarmene, forse avrei dovuto farlo. E invece ho acceso il registratore e l'intervista è cominciata: attraversata da un senso di perdita che non ci ha lasciati mai. Si sentiva a ogni silenzio (e ce ne sono stati tanti, e lunghi). Più tardi, all'aeroporto, ho scritto a De Luca un messaggio: "Se cito la morte di sua madre, la ferisco?". Risposta: "No, me la accosta". Così provo ad accostare quest'uomo, e questa storia. Più adagio che posso.
“Mia madre diceva di non ricordarsi di me bambino. Ogni tanto mi guardava e mi chiedeva: ma tu chi sei?”.

Era così diverso da quel che si aspettava?
Me ne sono andato di casa a 18 anni, ho fatto per anni il militante rivoluzionario a tempo pieno in Lotta Continua, poi sono stato operaio, muratore-scrittore. Poi scrittore e basta. Che ci poteva fare con un figlio come me? Mi voleva bene, quello poteva fare. Quando è morto mio padre, è venuta a stare qui in campagna da me. Abbiamo vissuto accanto per vent'anni. Ci siamo fatti buona compagnia.

E alla fine, lo ha scoperto chi è?
Se non lo sapeva neppure mia madre, non lo saprò mai nemmeno io. L'idea di essere un trovatello, di non provenire da niente mi ha sempre fatto allegria, mi ha fatto sempre sentire libero di essere.

Come succede al protagonista del suo libro.
Sì, come lui. Con la differenza che io, in realtà, so da dove vengo. E da "chi ho preso". Da mio padre ho preso i libri, lui era un lettore onnivoro e io ho conosciuto i libri sotto la specie dell'arredamento, della tappezzeria. La sua era la stanza più calda, più silenziosa della casa: i libri sono materiale isolante. E quel posto era adatto a me. Perché io non ero fatto per nascere a Napoli, così aperta e subbugliosa. Allora, nella nicchia di mio padre, ci stavo bene.

Usa ancora i libri come materiale isolante?
Al contrario: adesso per me i libri, la scrittura, sono un mezzo per raggiungere persone che non conosco. E per essere raggiunto.

La scrittura resta, comunque, un mezzo di comunicasione a distanza.
È vero, si scrive sempre da lontano.

Lei scrive, lavora in questa stanza?
Non posso chiamare lavoro la scrittura. Perché, nei molti anni in cui mi sono mantenuto lavorando, la scrittura era il sollievo, il tempo salvato, il contrappeso alla fatica del giorno.
(Finisce la risposta e comincia il silenzio. Sembra un voltar pagina, oppure una richiesta di tornare indietro, al principio).

Lei sapeva chi era sua madre?
Di lei sapevo le tante cose che mi raccontava. Mamma parlava tanto, soprattutto del passato. Mi parlava della guerra, quella vissuta dalle donne e dai bambini, in città: con le sirene e i bombardamenti e le grida e la paura. Le sue parole mi hanno spinto fino a BeIgrado, nei giorni in cui è stata bombardata. Stavo li, sotto le bombe. Stavo lì e stavo bene. Era il mio posto.

Perché?
Perché ero nel posto del bersaglio anche se avrei dovuto essere nel posto del bersagliere. E perche essendo li, mi mettevo in pari con la mia coscienza e con mia madre.

Come le parlava sua madre?
Parlava in dialetto. Fin da piccolo ho saputo che esistevano due lingue: quella materna, schiamazzata, viva. E quella paterna: mio padre voleva che parlassimo italiano e senza accento. La sua era la lingua che io ascoltavo leggendo: silenziosa, profonda..

Nel suo libro spiega la gioia del dire "sì ". Lei è uno capace di dirlo?
No.

E allora che ne sa di questa felicità?
Io scrivo storie che ho ascoltato, non invento mai i miei personaggi, non ne ho il diritto. Chi sono io per dar vita a qualcuno? Racconto persone che, in qualche modo, ho incontrato, anche solo ascoltando. lo sono un buon uditore.

Che vuol dire?
A Napoli con la vista non si va troppo lontano. Ma con l'udito sì. Puoi ascoltare voci e rumori che arrivano da chissà dove e puoi ricostruire le immagini, persino gli odori collegati a quei suoni, a quelle parole.

Le piacerebbe essere capace di dire di sì?
Dipende dalla persona che me lo sta chiedendo. Dipende da che cosa mi chiede. Quando mi hanno domandato se volevo partire per portare aiuti in Bosnia ho detto "sì" al telefono, a una voce che non avevo mai sentito prima.

Sotto le bombe si sentiva al suo posto. E poi dove?
Io sto quasi sempre nel posto dove voglio essere: piantato nella mia vita.

Come un mulo?
Lo sono stato per molti anni, un mulo, una bestia da soma. Ho portato pesi, letteralmente. Se ne sono andati. Ora... non ho più neanche la responsabilità di mamma.

Come si sta senza responsabilità?
Non lo so. Imparerò
C'è ancora un grande, un profondo silenzio. E poi, alla fine, una sua domanda: “Vuole un caffè?” Caffè, certo. Erri mette due tazze sul piccolo scrittoio, fra fogli e quaderni neri: è su quelli che scrive i suoi libri. Prima a mano e poi a macchina. “Scrivo al computer solo i pezzi che invio ai giornali perché non sopporto il fatto che li pubblichino pieni di refusi”.

Quante correzioni fa scrivendo? Quanti ripensamenti?
Quando racconto una storia cerco il tono di voce giusto, poi le parole vengono da sole. E non le cambio mai.

C'è una scena nel libro, una scena di sesso. Le parole sono dolci, ma il tono è duro, scolpito. Incongruo, mi sembra.
È un momento d’amore e di resa, visto dalla parte del maschio. È lo sguardo di un uomo, di un ragazzo, che sceglie di essere sopraffatto dall'immensa forza di una donna. Scrivendola ho saputo quanta sofferenza, quanta fatica facciano le donne a tenere a bada il loro potere. Per non schiacciarci.

La ragazza della storia ha bisogno di riuscire a piangere. Lei sa farlo?
Ho avuto lacrime senza freno solo adesso, solo questa volta, per mamma. Negli ultimi giorni, quando lei non beveve più e non poteva essere idratata, le rovesciavo addosso tutte le mie lacrime. Me le asciugavo sulla sua pelle, sulle mani, sulle braccia. Le toglievo dai miei occhi e le mettevo sui suoi. Mi sembrava di darle sollievo. Non ho sprecato nessuna lacrima, non ne ho fatta cadere a terra nemmeno una.

Sua madre le ha asciugato tutte le lacrime: una dopo l'altra, fino alla fine...
Sa che nelle Scritture si legge che la divinità può toglierti una lacrima soltanto? Solo una.

Nel libro dice che il futuro è predetto dai sogni dei bambini. Lei ne ha ancora di sogni?
lo non ho figli e quindi non frequento persone che hanno diritto a vivere nel futuro.

Lei no?
lo sogno solo il passato. Mi aggrappo a qualche reliquia che la memoria mi concede e ricostruisco pezzo per pezzo quello che è già stato. Io la memoria me la immagino come un ghiacciaio: si tiene tutto lei, nel gelo, intatto. Poi, di tanto in tanto il ghiacciaio arretra e lascia un reperto. Quando capita, io lo acchiappo. E ricordo, vedo. Vedo Napoli com'era quand'ero bambino: tutti i dettagli, i suoni, le parole.

In un’intervista ha detto di essere sentimentale solo nella scrittura. Che cos’altro è quando scrive?
Sono molteplice. Sono le persone che racconto e con cui sono felice di stare, mentre scrivo. Sono libero, sono numeroso, sono una folla. Fuori di lì sono meno di uno.
copertina

Il giorno prima della felicità
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