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Risultati: in rosso i libri; in nero gli autori
25 settembre 2021
In Universale Economica
Nella terra di Oz. Intervista allo scrittore israeliano
di Wlodek Goldkorn, tratto da “L’espresso”, 4 marzo 2010
Tel Ilan, la Collina della Quercia, è una specie di Macondo d'Israele, inventato da Amos Oz. Nel paese immaginario è ambientato Scene dalla vita di un villaggio, un libro composto da otto racconti legati da una sottile trama in cui lo scrittore che l'anno scorso ha sfiorato il Nobel, riprende quasi tutti i temi dei suoi precedenti romanzi. Tel Ilan, uno dei primi insediamenri dei pionieri in Israele, fondato cent'anni fa, è un luogo che muta pelle e dove preponderante è il senso dell'abbandono, della solitudine, del fallimento esistenziale. Ciascuno degli abitanti ha una storia indicibile alle spalle; un presenresenza qualità; e nessuno futuro davanti, Arieh Zelnik, abbandonato dalla moglie e dalle figlie, attende solo la morte della novantenne madre. Ghili Steiner, medico condotto, il cui fidanzato è caduto in guerra nel 1982, è una zitella che ha rinunciato a ogni vero affetto. Pesakh Kedem, un ex onorevole 86enne, abita con la figlia vedova di un uomo morto per infarto, rimugina sul passato e ha paura che Adel, studente arabo ospite della casa “voglia riprendersi la terra”. Benni Avni, il sindaco, viene all'improvviso abbandonaro dalla moglie (ma c'è un segreto terribile a unirli e dividerli), mentre il 17enne Kobi Ezra si innamora disperatamente della 30enne bibliotecaria Ada Devash, a sua volta lasciata dal marito e incapace d'immaginarsi un amore e una vita nuova. In questo romanzo, accanto alla quotidianità e ai profumi di Non dire notte, c'è la profonda, disperata introspezione e la follia controllata di Michael mio e la sensazione di lontananza dalla vita vera de La scatola nera. E ci sono i tabù familiari di Una storia d'amore e di tenebra . Il presente è composto da pezzi di memoria incerta, evanescente; la redenzione è un sogno infranto, mentre per oltre 180 pagine Oz dispiega la narrazione della fragilità degli esseri umani e della forza del rimorso che non ammette pietà. Tutto questo con una scrittura impostata con frasi semplici ma dense, trasparenti e ariose, che lasciano un segno indelebile in chi legge. Manca Dio, ma le parole nascono l'una dall'altra, emozionanti seppur di ferrea razionalità. E la natura si mescola con la storia: durante i temporali nessuno è capace di distinguere tra i tuoni e il rombo degli aerei da caccia sul cielo d'Israele.
Nella sua casa di Arad (anch'essa città in trasformazione; popolata da immigrati dalla Russia e da profughi dal Sudan) nel deserto del Negev, Oz svela l'origine onirica di questo libro: il più personale e il più radicale di tutta la sua produzione. “Scene dalla vita di un villaggio nasce da un sogno”, dice: “Ho sognato un paese, nato alla fine dell'800, e vuoto. Vagavo tra i cortili abbandonati. Le persiane e le porte delle case: sbarrate. Non c'era presenza degli umani e nemmeno degli uccelli. Stavo cercando qualcuno, ma non sapevo chi. All'improvviso come accade nei sogni, non ero più io a cercare qualcuno, ma qualcuno,non so chi, stava cercando me. AI risveglio, avevo pronto il villaggio di Tel IIan”.

Questo libro, come gli altri suoi, e come i sogni, è realistico nella descrizione dei dettagli: racconta perfino come cambia il colore dell' aria e il profumo delle persone. Ma parla pure di una casa che sta per crollare, e alla fine, di una palude dove il marcio ha ucciso la vita. Quanto c'è di simbolico?
Premessa: non è un'allegoria di Israele o del sionismo. Non spreco un romanzo per parlare di politica. Ma poi, pensi a un gesto semplice: quando lei apre una finestra compie un'azione che è anche simbolica. Ecco perché non faccio distinzioni tra realtà e simbolo.

Come Garcla Marquez? Tel Ilan come Macondo?
È un paragone che accetto volentieri e con amore.

Nei suoi libri le persone hanno sempre un nome e un cognome. Ricorda tutti?
Quelli che ho inventato 20 o 30 anni fa non più, ad eccezione di Hanna Gonen, la protagonista del Michael mio.

Considerato il suo capolavoro per la capacità di introspezione. Quando racconta i suoi personaggi si identifica con loro?
Mi alzo ogni mattina alle cinque. Faccio una passeggiata, prendo un caffé, mi metto alla scrivania e comincio a pensare come sarei io se fossi uno dei personaggi di cui parlo. Vivo in prima persona tutto quello che loro provano. Altrimenti non sarei capace di scrivere. Sono Hanna Gonen, sono l'onorevole Pesakh Kedem.

Pesakh Kedem, un vecchio ex deputato laburista ha paura che Adel, il giovane arabo, voglia riprendersi la terra. Una paura vera?
Kedem è paranoico. Ma qualche volta, anche un paranoico ha dei nemici veri.

Kedem parla con un pesante accento yiddish che tradisce la sua origine dlasporlca. Adel parla l'ebraico come gli arabi. Di chi è il Paese?
Sia del vecchio ebreo che del giovane arabo. Quando sento un palestinese dire: questa è la mia terra, so che ha ragione. Ma quando io dico: questa è la mia terra, anch'io ho ragione. Nessuno di noi due ha un altro Paese dove andare a vivere. Ecco perché il conflitto è una tragedia.

Un protagonista si chiama Avni, dalla parola Even che significa pietra e sembra di avere il cuore di pietra; una donna dolce si chiama Devash: miele. Kedem, il nome del vecchio onorevole, è sinonimo di antico. Un caso?
Il bello dei romanzi è che possono essere interpretati dai lettori.

Uno dei miti del villaggio è un defunto scrittore, Eldar Rubin, che pur essendo figlio dei fondatoti, nato in Terra d'Israele, scriveva solo romanzi sulla Shoah. La memoria della catastrofe è più forte di quella dell'eroismo dei pionieri che hanno costruito lo Stato?
Ho scritto un libro in cui ci sono vare memorie. C'è la memoria della Shoah e quella dei pionieri e degli inizi del movimento sionisra. In ognuna di queste narrazioni c'è qualcosa di strano, un riflesso sinistro di qualcosa che non ci lascia tranquilli. C'è un non risolto. Sotto ogni racconto palese c'è un altro racconto, sotterraneo, che viene alla fine in superficie. C'è in questo mio libro un tempo perduto, avvolto in una pellicola sottile. Tutti i protagonisti sono smarriti, o alla ricerca di qualcosa che hanno nascosto da se stessi, e non sanno più qual è l'oggetto rimosso e perché l'hanno voluto nascondere: lo scrittore Rubin era uno di questl uomini.

Non ha risposto alla domanda se la memoria della Shoah ha prevalso in genere in Israele su quella dei pionieri.
La memoria della Shoah è sempre presente. È come un'ossessione da cui non riusciamo a guarire.

Parla molto di vergogna. Per lei cosa è?
In questa storia è qualcosa che i protagonisti provano quando pensano di aver compiuto un atto che non avrebbero dovuto fare o quando non hanno fatto una cosa che occorreva invece fare. La vergogna è un sentimento esistenziale che li accompagna sempre. Loro non riescono a capire qual è l'origine di questo sentimento né dove e quando hanno sbagliato e sono pieni di rimorsi senza rimedio. Il mio è un libro sulla ricerca permanente. Tutti, cercano sempre qualcosa: nelle cantine, nei sottotetti, nei cortili delle case, nella stanza accanto.

Per Primo Levi la vergogna è un sentimento di morte: meglio essere stati uccisi che aver assistito a certe cose. Lei non descrive una situazione estrema. Però...
Descrivo una situazione esistenziale. Dove la sensazione dell'attesa della morte è sempre presente nella vita. Intanto molti sono vecchi. Ma c'è anche un giovane attratto da qualcosa che non sa cosa sia, e scopre, senza capire perché, che è attratto proprio dalla morte.

Che rapporto c'è tra amore e pietà?
Nel libro il ragazzo 17enne dice che l'amore sta alla pietà come la luna a una pozzanghera. Per i cristiani nella persona di Gesù amore e pietà sono uniti. lo penso che siano agli antipodi. I’amore è egoistico.

E l'erotismo?
Sta nel dettaglio, come la descrizione dei piedi scalzi di Yardena, una delle proragoniste del libro.

Più volte ha dichiarato il suo amore per Calvino e per Eisa Morante...
In Calvino ammiro la capacità di inventare una realtà che diventa più vera della realtà vera. In Morante amo l'architettura dei romanzi, l'abilità di trasformare emozioni in parole, parole che il lettore può quasi toccare con mano.

Si dice che lei è stato influenzato da Cechov. In questo libro, tra nostalgia dell'eternità e ossessione del dettaglio, si sente invece molto Kafka.
Vorrei semplicemente che una volta arrivato alla fine di questo libro, il lettore fosse di casa a Tel Ilan, che conoscesse la via dei Fondatori, il Giardino di Rimembranza, l'Ufficio postale.

L’ultimo racconto mette però in scena una palude mefitica, e uomini che sembrano zombie.
È un incubo che ho avuto.

Lei narra spesso il mutare del tempo, del vento, il paesaggio che cambia colore...
Nei miei libri la natura, anche il vento, non è uno sfondo, ma una protagonista, una forza che agisce al pari degli umani.

C'è molta musica nel libro. Cosa è per lei? Il contrario della parola?
È il sublime. Scrivo romanzi perché non sono capace di fare il compositore, ma so che le mie parole sono approssimative; con la musica invece avrei potuto esprimermi con esattezza.
copertina

Scene dalla vita di un villaggio
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