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Risultati: in rosso i libri; in nero gli autori
3 dicembre 2020
In Universale Economica
L'incipit di oggi: L'acrobata funesto di Guido Rampoldi
Era successo tra la Terra e il Cielo, lì dove i funamboli si arrischiano nel vuoto e gli acrobati volano verso il trapezio con le mani protese. Un saltimbanco straniero aveva spaventato la platea con un numero da restare a bocca aperta; e invece di atterrare era sparito. Mentre discende tra i lettori di questo libro è utile sapere che le parole faticano a stargli dietro. Messinscena, complotto, provocazione, intermittenza della forza di gravità... L’unica cosa che conti, adesso, è non perderlo di vista.
E dunque, che rullino i tamburi e sciabolino nel buio i riflettori, stiamo per assistere a un moto non convenzionale. Mi resta appena il tempo per ricordarvi che la verità ormai è quella cosa che comincia in un modo e finisce in tutt’altro. Io posso dire come cominciò.

Chiunque legga un giornale di vent’anni prima non può fare a meno di notare la quantità di malintesi che deformavano la nostra percezione. Basterebbe questa evidenza per dimostrare la necessità di una Parexeghesiologia, ovvero di una scienza che studi le dinamiche dell’Equivoco e ne riconosca la forza trainante, ignorata dalla storiografia.
Teoria degli Equivoci


Cominciò con un sovraffollamento di solitudini.
“Un sovraffollamento,” ripeté l’ufficiale medico. Mi teneva d’occhio da quando mi aveva sentito esprimere pensieri che giudicava oscuri. Ne ammattivano troppi dei nostri, in quel deserto, perché non sospettasse nei miei enigmi un modo insolito di perdere la ragione.
“Mi stai raccontando che sei finito quaggiù perché a casa nostra non sopportavi il sovraffollamento...?”
“Delle solitudini,” tenni il punto.
Volle sapere quale guaio mi fosse capitato. Aveva letto la mia scheda, il profilo piuttosto ordinario di un giovane analista, uno dei tanti che la nostra intelligence impiegava nelle guerre arabe. Non capiva.
Nessun guaio, risposi. Un dolore, questo sì. Mi era cresciuto dentro e non aveva un’origine precisa. Come il dolore del mutilato cui punge la gamba che non ha più. Mi ero chiesto perché e avevo concluso questo: eravamo un sovraffollamento di solitudini.

“Questa non l’avevo mai sentita,” fece l’ufficiale medico. “Adesso smettila di parlare come un oracolo e dillo in parole povere.”
Le parole povere avevano poco da offrire, in quel caso. Poiché non riusciva a mettere in coppia il troppo del sovraffollamento e il nulla delle solitudini, decisi di mostrargli l’idea in azione:
“Un allevamento di coccodrilli, ha presente? Un allevamento quali ne ho visti in Australia. Una ressa di bestie snaturate, ristrette, ciascuna come in agguato per azzannare l’altra prima d’esserne azzannata... e a ragione di questo, tutte immobili, obbedienti all’orrore, silenziose perfino mentre venivano sbranate... non più animali, foresta, foresta di palude, foresta di vivi tronchi fradici, melmosi, segnati da un bianco di putrefazione lì dove i morsi hanno trinciato falangi, una zampa al garretto, l’apice di una coda... Ma io no, io non sono d’allevamento...”.
“Meglio così,” mi interruppe l’ufficiale medico. E se ne andò in gran fretta, mentre io mi chiedevo se lo richiamasse altrove una faccenda urgente o avesse ormai deciso di segnalarmi agli psichiatri militari.
Per prevenirlo quella sera gli mandai una mail. “Permetta di spiegarmi. Quando dico che non sono d’allevamento intendo che nel mio caso non è stato il crudo sbranare o essere sbranato. Neppure la rabbia di dentro che soffia: io, io, io... La mancanza di pietà, in me, è disinteressata. Una Furia onesta, e anch’io nel raggio della sua lama. Non posso compatirmi, non mi perdono, mi vedo uguale agli altri, tronco di palude ad aspettare il marcio. Eppure non sono d’allevamento, io, ma di mare largo...”

Ogni giorno per te l'incipit di un libro Feltrinelli. Oggi L'acrobata funesto di Guido Rampoldi.
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copertina

L'acrobata funesto
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