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19 marzo 2019
Suono o son testo? Intervista a Stefano Benni
di Michele Smargiassi, tratto da “la Repubblica”, 27 novembre 2004
Vien da chiedersi: suono o son testo? L´ultimo libro di Stefano Benni è un disco, ma detto così è troppo semplice. C´è la voce recitante dello scrittore; e ci sono cinque strumenti sonanti, manovrati da altrettanti jazzisti scelti (Paolo Damiani, Roberto Dani, Paolo Fresu, Umberto Petrin, Gianluigi Trovesi). Ma definire il cd Baldanders una "lettura-con-musica" rischia di confondere un esperimento molto particolare con la marea di reading musicali ormai molto di moda e spesso noiosi. Già nel titolo, Baldanders (alter ego del dio Proteo) vuole essere un oggetto polimorfo. Collaudato poche settimane fa al Roma Jazz Festival, si basa su 11 testi non inediti, alcuni celeberrimi, estratti dai romanzi, dalle poesie e dai testi teatrali di Benni.

Benni, Baldanders è più un libro suonato o più un disco parlato?
È suonato da amici ispirati dalle mie parole, ed è letto da me ispirato dalla loro musica. Sono i miei libri che si mettono a cantare, come in un cartone animato.

Nell´introduzione, Fayenz cita il "melologo" settecentesco, ma viene anche in mente Pierino e il lupo. Sei in questa tradizione?
La parola melologo mi piace, ne ho anche scritto uno: Il carnevale degli insetti, con Albanese e l´orchestra del Piccolo Teatro di Milano. Ma qui è diverso, c´è esperimento, c´è improvvisazione, alcuni pezzi sono musicati la prima volta, altri li avevamo già messi in scena, ma non vengono mai due volte uguali. È un incontro di talenti diversi tra loro. Già il fatto che sia difficile da definire non mi sembra male. Pierino e il lupo è un bel classico, ma non c´entra molto.

La musica non sa raccontare. E le parole non sanno suonare. Oppure sì?
Ho letto Lolita in teatro, e la prosa di Nabokov, sia in inglese che nella bella traduzione in italiano, è puro concerto. E così è quando leggi Gadda, Eliot o Rimbaud. De Andrè è il poeta-cantante che forse ha meglio raccontato i nostri tempi. Basta ascoltare Monk o Coltrane, anche senza parole, per capire cosa voleva dire essere artista in quegli anni. E Rossini? E Brel? E il Rocky Horror?

Sì, ma un disco si ascolta molte volte di seguito, mentre raramente un libro si rilegge più di una o due volte nella vita.
I libri che amiamo li rileggiamo più di due volte. Ma anche senza rileggerli, la loro musica ci resta dentro, ne parliamo, li ricordiamo. Rimettiamo ogni volta il libro sul giradischi della memoria. Un disco lo possiamo ascoltare cento volte di fila, poi magari lo dimentichiamo per anni e lo ritroviamo. Ma l´importante, per un artista, è che l´incanto duri.

Hai scelto i testi più resistenti all´usura del ri-ascolto?
I testi li hanno scelti i musicisti, per gusto, ma anche per problemi pratici. Non si potevano leggere brani troppo lunghi.

E perché, dovendo ibridare testo e musica, hai scelto il jazz e non il rock? O qualsiasi altro genere musicale?
Sono nato masticando rock e jazz. Quando lavoravo in una radio libera, la sigla iniziale della mia rubrichetta era Tim Buckley, quella finale Albert Ayler. Ma il rock attuale è, in nove casi su dieci, ridotto a musica da spot o da Mtv award. Si autocelebra, si riempie di effetti speciali e abiti firmati, ma ha perso la sua energia ribelle. Con ovvie eccezioni, è un Mefistofele di cartapesta, ha perso l´anima.

Ti senti uno scrittore jazz? E di quale jazz? Dixie, swing, bop, free?
Non sono un esperto di jazz. Ma nel jazz, forse perché è più povero, il talento conta ancora più del look e dei videoclip. E nessun musicista rock italiano, a eccezione dei Modena City Ramblers, di John de Leo e pochi altri, ha mai chiesto di lavorare con me. Visti i testi di molti di loro, capisco perché. Avevamo un bellissimo progetto con De Andrè, ma non c´è stato tempo. Lo faremo quando ci rincontriamo.

Come è stato montato questo strano oggetto sinestesico? Avete inciso contemporaneamente? Oppure a strati sovrapposti? Chi ha interpretato chi?
Le sale di incisione costano. Avevamo un giorno soltanto. Abbiamo inciso tutti insieme alcuni pezzi. Il monologo di Lee e Nursey crime sono stati praticamente improvvisati all´istante. In altri brani la musica e la parola sono state incise separatamente. Insieme, ovviamente, abbiamo goduto di più.

Per Rimbaud le vocali hanno ciascuna un preciso colore. Ogni testo, ogni libro che scrivi ha un preciso mood? E uno solo?
Mi piace pensare che il mio modo di scrivere sia un´orchestra. Adesso, rispetto a qualche anno fa, ho più strumenti a disposizione. A volte li uso tutti insieme, a volte uno alla volta. Un monologo può evocare un assolo di sax, un elenco può sembrare un crescendo d´archi, una poesia come Anima o Lisa, un blues per chitarra e voce. Ma soprattutto questa orchestra è diretta a volte da un direttore allegro, a volte da un direttore malinconico. E questo fa sì che quello tu chiami mood possa cambiare ogni volta. Semplificando si può chiamarlo tragicomico, più precisamente è cercare di far suonar insieme tonalità diverse di comico e di drammatico. Non è detto che ci riesca sempre, ma ci provo.

È abbastanza naturale che la Luisona sia un ragtime, ma chi ha deciso che Saltatempo sia uno swing boppato?
I musicisti. Alcuni connubi testo-musica comunque venivano da spettacoli precedenti. Lisa faceva parte di Blues in Sedici con Damiani. Le piccole cose e Lombricotticoetica sono bis che faccio sempre nello spettacolo su Monk con Petrin. Con Fresu e Trovesi avevo già lavorato. Solo "Danny boy" Dani non lo conoscevo, è stata una bella sorpresa. Ma ripeto, avremmo potuto scegliere tanti altri brani.

Quando leggono in pubblico i loro testi, gli autori di solito si guardano dal recitarli, usano un´intonazione sommessa, forse perché li pensano come testi scritti, che "parlano da soli". In Baldanders tu non li reciti neppure, li suoni. Il vocalist Benni ha fatto violenza allo scrittore Benni?
Ultimamente i reading con musica stanno diventando anche troppi. Ma gli scrittori italiani osano di più e leggono meglio. Se ti piace un testo tuo o di altri, perché leggerlo svogliatamente o meccanicamente, come le poesie a scuola? Lo scrittore conosce la chimica e la fisica della parola, e soprattutto il suo eros, può leggere con precisione e passione. Ovviamente un attore ha altre armi. A vent´anni avevo cominciato come attore, poi ho smesso perché preferivo scrivere e ho ricominciato, quasi per caso, a leggere in pubblico dieci anni fa. Non sono un vocalist, cantare è un´altra storia. Semplicemente cerco di interpretare con passione, mi preparo rileggendo molte volte e soprattutto mi diverto. E ogni volta imparo qualcosa di nuovo. Damiani mi ha insegnato il rigore, Petrin a improvvisare, Trovesi la varietà di toni, Fresu l´energia, e Dani è quasi riuscito a farmi andare a tempo. Adesso lavorerò col nuovo Quartetto italiano di Demetrio Comuzzi, musicisti classici, sarà un mondo nuovo da scoprire. Ho progetti fino al 2058, come Pavarotti, e costo molto meno.
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